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Informazioni su aliceserrao

Mi chiamo Alice Serrao e scrivo poesia. Questa è la cosa più importante da sapere su di me. Nel 2014 ho aperto il Blog Fiori di Porpora.

“Anticipazioni” di MilanoCosa – L. Cantelmo su “PadreMadre” e “Dietro la Cattedra” (inediti)

Sulla rubrica “Anticipazioni” di MilanoCosa è apparsa una splendida nota critica a cura di Laura Cantelmo su due miei lavori inediti: PadreMadre e Dietro la Cattedra. Non posso che ringraziare Laura Cantelmo per le sue parole e Adam Vaccaro per aver scelto di parlare della mia poesia in questa rubrica.

L’intero articolo è visibile a questo link:

MilanoCosa.it/Anticipazioni/Inediti/SerraoAlice

Riporto però ugualmente un estratto:

Nota di lettura
Accogliamo con gioia in questa rubrica di inediti il tema del femminile affrontato in modo esplicito e aderente alla realtà attuale. Alice Serrao è una giovane poetessa che ne ha espunto la connotazione legata alla creatività biologica e insieme artistica del suo genere, centrale fin dai primi tempi del movimento delle donne e che da qualche decennio si è andata diffondendo e approfondendo. Il punto di partenza è quello della maternità, vissuta da Serrao come destino all’interno di ogni tipo di relazione, sia nella famiglia che nel suo lavoro di docente. Dote quasi divina, quella del materno, che fin dai tempi arcaici è stata e resta tuttora vincolata al mistero di un corpo capace di dare vita ad altri esseri, in una eterna sequenza matrilineare, che fa di volta in volta di una figlia una madre e così via. Nel testo tratto dalla silloge Padre/Madre il tema si estende, includendo la presenza del padre come figura vista su di un piano paritario/fusionale con quello della madre – “ uno in un altro” – da cui deriva un’aspettativa sul figlio che verrà al mondo. La triade madre/padre/figlio si inscrive entro” un cielo ampio endometriale”, dove è il materno ad occupare la posizione predominante. Il figlio – o la figlia – sintesi di due essere – chiede a sua volta ai genitori la responsabile cura della vita ricevuta, che è “eredità di carne e di stelle”: in tal modo l’atto carnale riceve sublimazione poetica mediante una felice metafora che ne evoca la potenza emotiva.
Nei testi tratti dalla silloge inedita, Dietro la cattedra, vediamo il ruolo materno di Serrao esplicarsi anche nel suo lavoro di docente in una scuola per adolescenti. Con dolcezza lo sguardo riconosce nei corpi dei ragazzi, quasi fossero fiori sbocciati nell’arco che va dalla primavera all’autunno, i segni della crescita, al ritorno a scuola, dopo la quarantena pandemica vissuta in questo terribile tempo. Ed è spietata, benché pacata, la descrizione della freddezza insita nel rituale della sanificazione delle attrezzature scolastiche – “l’amore lattice, la vita che non sporca”- che altera tutto quanto nell‘esistenza vi è di fisico, cancellandone l’aspetto materiale più autentico, quello che risiede nella animalità dell’essere umano. La quotidianità diviene così un ambiente asettico, che confligge con gli odori, con le disattenzioni, le imperfezioni e tutto quanto rientra nella specificità corporea.
È severa la critica di Alice Serrao a queste procedure a cui siamo indotti, nel tentativo di salvarci da una pandemia che ci ha travolti come un meteorite. La domanda che essa reca con sé, sulle conseguenze future che tutto ciò comporterà per i giovani, resta inevitabilmente senza risposta. Ed allora è in forma aforistica che si manifesta la posizione dell’Autrice – “Occorre riappropriarsi del gesto….implicarsi nell’altro”- ritrovando nelle azioni più semplici una immediatezza perduta entro l’artificiosità delle pratiche consigliate dalla scienza.
Anche questi sono elementi che rendono attuale e nuova la poesia di Serrao: entrando forse non volutamente nel dibattito politico, la narrazione del disagio provocato dalla realtà che oggi viviamo, attraverso la molteplicità semantica delle parole e delle immagini del linguaggio poetico, acquisisce una forza capace di incidere, come sopra una lapide, la Storia di questo tempo che rimane al di fuori da ogni canone da noi conosciuto.

Laura Cantelmo

Premio internazionale XXI Concorso Guido Gozzano

24 Ottobre 2020 – in diretta Facebook dal Monastero di Bormida la premiazione della XXI edizione del Premio Guido Gozzano

La mia silloge inedita “PadreMadre” ha ottenuto la menzione di merito.

***

In principio fu un movimento siderale
del padre, il guizzo veloce della coda
che divarica, secondo l’istinto, s’invischia;
la madre è cielo ampio endometriale.

Ride dolce la madre –
lui dice: grazie

Da ultimo viene il figlio, irrompe,
compie nella vita due che sono
uno in un altro; chiede
che siano all’altezza.

Chissà con quale faccia verrà nel mondo
questa eredità di carne e di stelle.

da PadreMadre

Il mio lavoro sarà presentato anche nella rubrica Anticipazioni di MilanoCosa nel mese di Novembre. Per scoprirlo clicca qui.

Alice Serrao

Quando un testo si dice letterario

Entro in classe, triennio, apro la finestra, prendo il gessetto.

Scrivo la data alla lavagna, 18 settembre… ma è sempre stata così alta? Mi alzo sulle punte e forse sento i ragazzi sorridere, i visi al riparo nelle mascherine. Ho gli abiti scelti con cura come Machiavelli raccomanda: mi preparo a questa nostra prima lezione di Letteratura. Ma indosso ancora i sandali (la stagione straordinaria perfino nella calura) senza il tacco e sarà questo a farmi percepire più bassa.

Avevo preparato una lezione sui primi documenti della letteratura in volgare, l’indovinello veronese, il placito capuano e qualche considerazione sul medioevo che avanza. Cambio idea mentre finisco di scrivere “settembre”. Mi viene una domanda più urgente: cosa vuol dire che un testo è letterario?

Scrivere un testo letterario ha a che fare con l’intenzione creativa? “Sao ke kelle terre…”? Il buon Petrarca credeva che la sua gloria sarebbe stata affidata alle sue opere latine, “Emma Bovary” è nato come romanzo di intrattenimento della cultura popolare per un pubblico femminile…

Quando allora possiamo dire che un testo appartiene alla Letteratura? Letterario un testo ci nasce o ci diventa?
La questione apre un dilemma più profondo che ha a che fare con il canone. Quali autori sono letterari e quali non lo sono? Chi lo stabilisce il canone? I lettori o quella critica letteraria, a detta di qualcuno, anche un po’ maschilista? Forse il canone si impone da sé, spontaneamente, come insieme di autori modello la cui esperienza letteraria si è rivelata significativamente capace di dare voce a un’epoca.

Jakobson sostiene che la qualità letteraria di un testo ha a che fare con la sua natura intrinseca, un testo nasce letterario perché ha in sé gli elementi giusti, ovvero qualcosa di interessante da dire e una forma adeguata con cui dirlo. Chi scrive un testo letterario è in grado di accendere le parole conferendo valore semantico anche al loro suono e al loro aspetto grafico, in sostanza al loro significante. Applicando questa posizione critica a una delle querelle che animano la poesia, possiamo affermare che non c’è qualcosa di cui sia più o meno lecito parlare, ma che tutto può diventare oggetto nobile di un testo poetico, purché sia scritto bene. Pensiamo alle Odi di Neruda dedicate ai più umili protagonisti della nostra quotidianità o al dialogo con la pietra nei versi della Szymborska.
Il discorso potrebbe addirittura essere allargato a un’altra questione che mi interroga fin dai tempi del liceo, quando ero alunna, e che negli ultimi anni mi è apparsa sempre più urgente: se in letteratura si può parlare di tutto, se ogni oggetto poetico ha una propria liceità a patto di essere cantato in una forma che aspiri ad essere potente nella sua espressività, incisiva nello stile, in una parola, bella; se la forma conta come o quasi più del contenuto, allora viene meno la categoria di moralità? L’arte può esaurirsi in una sostanziale autoreferenzialità estetica e sottrarsi a un ruolo educativo e didattico?

Jauss, a differenza di Jakobson, ritiene che il valore letterario di un’opera provenga dalla sua relazione con il lettore, dalla sua capacità di entrare in dialogo con un’epoca e una generazione, influenzandone (o descrivendone) i comportamenti. Insomma, la letterarietà di un testo si dà soprattutto in funzione del lettore e dentro una relazione con esso. Come l’esperienza educativa. Non è una ricetta a priori, non è un puro fatto di ispirazione. La letteratura è tale solo se la sua bellezza si sporca con la vita e solo se, come diceva Ende in La notte dei desideri, della vita è in grado di raccontare ciò che è molto in alto e molto in basso, mettendo in luce le scintille sublimi e le storture. La letteratura che racconta la verità ha nella verità medesima la sua ispirazione e la sua bellezza, ed è chiamata a raccontare la realtà nella sua interezza, attraverso un doloroso lavoro di scavo, (labor limae o “arte a levare” che dir si voglia) che si colloca al di fuori della categoria di moralità, la letteratura è amorale.

In ultima analisi, le posizioni di Jakobson e Jauss non sono in contrasto tra di loro, bensì si soffermano su aspetti complementari. Per affrontare la storia della letteratura con sguardo vivido, con coscienza vigile e inquieta, con cuore atto a cogliere le dissonanze e le lacerazioni, per seguire il filo, pure nel suo dipanarsi cronologico, ma soffermandosi dove si inceppa, per dissodare la zolla di terra smossa e portarne alla ribalta il segreto, perché i ragazzi imparino a non accontentarsi delle etichette facilmente classificatorie, ma sentano che la letteratura è qualcosa che brucia.

Come dice Gaarder, contano le domande più che le risposte, perché sono il tratto di strada non ancora percorso.

@aliceserrao