a Maria Luisa Spaziani

                                                              a Maria Luisa Spaziani
***

Se fossi stata meno anziana, meno anni,
e per tesi e per sorte, fossi capitata prima
alla porta alta della tua casa romana,
ti avrei scelta come mia maestra.

Ti ha riconosciuta un’elezione del cuore,
un fiore misterioso dentro il verso.
La percezione che in te
resistesse ancora il Novecento.

Ti avrei letto le mie poesie. Ascoltato.
Avrei imparato un canto potente e vita.
Ma sei morta in una giornata estiva
e la tua voce è una pagina, un Meridiano.

(22 Febbraio 2016)

Qualche sera fa ho termianato di leggere Chirù di Michela Murgia; e mi è piaciuto. Mi sono soffermata su un paio di riflessioni. La prima riguarda l’affermazione che alla base della scelta di prendere sotto la propria ala un alievo c’è l’attrazione, il desiderio. Un desiderio che intenderei come interesse profondo verso qualcuno in cui intravediamo una somiglianza e una diversità, un’attrazione che parafraserei in curiosità verso l’altro. Questo genere di relazione, di riconoscimento anche, parte dalla consapevolezza di un’affinità elettiva. Un colpo di fulmine.
Anche se poi la Murgia innesca un altro tipo di scandaglio sulle dinamiche di relazione, io mi sono interrogata dalla prospettiva sia di chi insegna, sia di chi impara. Abbiamo bisogno di maestri. Nel senso più ampio che ha questa parola. Mi sono chiesta chi siano i miei e ho deciso di condividere quanto meno una delle risposte.
Per quanto riguarda la poesia, la persona che avrei scelto di frequentare, nel quotidiano di una relazione artistica ma ancha umana, sarebbe stata la Spaziani. Mi è tornata in mente senza preavviso una frase che mi aveva detto durante una conversazione a casa sua: “Avremmo dovuto conoscerci prima”.
Ecco come è nata questa poesia.

nb
La scelta delle quartine così come il v.6 hanno il chiaro intento di un omaggio, dal momento che la quartina è la forma privilegiata della scrittura dell’ultima Spaziani e nello specifico dell’opera “La traversata dell’oasi” su cui ho fatto la tesi. Mentre il suo verso “Il cuore di quel fiore è la corrosa/ medaglia del mio viso, il mio mistero” è stato il faro, il filo rosso, alla luce del quale ho letto e analizzato il Meridiano che l’ha consacrata a ineludibile paradigma della poesia lirica del Novecento.

Alice Serrao

La tua Casa

La tua casa è divenuta un mausoleo,
ti sopravvive.
La foto di tua madre antica
nei ritratti ovali dell’ottocento.
Il rame dei mestoli e la radio del duce.
Avevi storie sempre uguali
d’una suora ligure, di aiuti solidali,
vicende di quando abitavi in cortile.
A me alla fine sono rimasti per davvero
i tuoi colli di volpe, i guanti da nubile,
le due colombelle per i 50 anni delle nozze.
L’odore di canfora in cui si disfa
il cuore davanti all’armadio.

E nei cassetti ovunque quei biglietti
“Ricordarsi” “Non buttare”.

(12 Dicembre 2015)

Alice Serrao

***

Lo so, lo so – a volte
abito un non luogo, divengo
inaccessibile. Forse ho dimenticato
queste poesie sono le tue
me le hai dettate al buio per anni
il tuo nome intero
mi è restato di traverso.
Non sapresti più dire
se sono la stessa di cui sapevi
una telepatia, una sposa
che nell’istinto
era il tuo sangue il tuo spirito.
Da questa feritoia nella nebbia
il mare, mentre torno
dal mio mestiere di adesso,
e sono una
che ti vorrei presentare.

                    (Hai dimenticato?)

Queste poesie
che abito sono tue, sono chiare
e amore, ti vengo sotto tiro.

(2 Dicembre 2015)