Invito a pranzo

Mi sei mancata sul Treviglio delle tredici e un quarto;
e ho chiamato per dirti del pranzo,
va bene, a telefono
sono quasi qui a casa, butta la pasta
che arrivo
.
Ho fatto anche la scena di dire
disturbo?
Di fare che fossero i pollini
agli occhi, un dare prurito.
Ho perfino concluso col bacio
a schiocco irruento e atteggiato la voce
che cento volte hai sentito.

Tu lo sai che resta spento il fornello,
ma chi mi viaggia di fronte
s’inganna
a questo monologo con la tua segreteria.

(8 Maggio 2015)

Alice S.

***

Ha continuato a girare la pasta,
un’apnea lunghissima,
le hanno detto smettila, ha continuato
ad avere cura del sugo,
a dire non va via non va via dalle mani
l’odore del pesce
.
La bocca aperta e richiusa, l’aria
era quella di frittura.
Lascia andare, lascia, hanno tolto
il mestolo, il battito del cuore, muto.
L’aria si è fatta acre e pungente,
non va, sta morendo.

(13 Aprile 2015_14.00)

Alice S.

***

Ho paura che l’odore dell’ospedale
mi si attacchi alle dita,
di scoprire che adesso assomigli
alla vecchia del letto accanto:
il sacchetto dell’urina e nessuna forza,
ho paura che da un momento
la vita ti resti in bocca
come la buccia dei piselli che scarti,
in questa minestra cattiva.
O come dicono altri:
di starti ai piedi, così amata,
irriconosciuta.

(10 Aprile 2015)

Alice S.