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Aprile, crudele questo mese una
variazione sul verso che altri hanno
già scritto,
amore come accade che si apra
un lutto, una cartella del computer
per errore e tutto il peccato creativo
mentre cerco
di dire meglio qualcosa, un bosco
che arrampica dentro,
la tua voce comincia nella
cattiva preghiera
un aneddoto da tirare fuori
le risa una sera da bar.
Anima mia, avevo dimenticato
cosa erano le sere del corpo aderente
alla vita
è perfetto, rimani
Sono già tutti questi anni che cerco
di dire meglio il tuo fiore che ho in gola.

(1 Aprile 2015) 

Alice S.

Inverno sullo stagno

Gli inverni per noi due e lo stagno
si fa duro in superficie, dire
sono qui sono qui per te – è il fischio
ripetuto del merlo nel paesaggio.
Amami! e il cane che ho sotto la pelle
raspa e guaisce, ti apre le palpebre
leccandoti gli occhi.
L’odore, che si riconosce, selvatico
del muschio, prende le ginocchia, sale,
fa nord su tutto il cuore.
È un sussulto, improvviso, lo scatto
dei rami sotto il merlo, le mani
quando m’afferri i capelli.
Il piede retrocede, Euridice,
il ghiaccio che s’incrina, sotto
il punto della vita tutto è liquefatto.

(31 Dicembre 2014)

Alice S.

Il parto dell’Annina

Maledetta lei – pensa l’Annina – incapace
di essere niente, tutto, e lo sguardo.
Sul letto le cosce aperte e quel ventre
pulsante che chiama la vita con urlo,
adagio. E l’Oreste impacciato
di tutto, non guarda, non può fare niente.
Ricorda sua madre l’Annina:
quel parto, il figlio in obliquo,
la mano aperta sul torace di un uomo.
E da dentro, il cuore nel cuore
le pulsa nel ventre, esausta la preme
un dolore perfetto. Quel figlio
le bagna le cosce, si apre stanco
alla luce dalla casa si carne.
È un pianto di vita che assolve il dolore
e la gioia è perfetta.

(15 Aprile 2012)

Ho scritto questa poesia sull’onda di suggestione di un passo del libro di Riccarelli, Il dolore è perfetto, dopotutto la letteratura si nutre di altra letteratura e a me piace questo modo di entrare in dialogo con essa.

“E lei mentre tentava di non affogare in quel mare di fuoco, immaginava l’urgenza di questo suo povero figlio imprigionato anche lui come il padre, ma in una galera di carne, stretta, avvolta di sangue, pulsante. Lo vedeva dentro di sè, spingere, le labbra e gli occhi chiusi per lo sforzo, minuscolo minatore della sua pancia, cercare la vita a forza di pugni. E subito dopo lo immaginava stremato, immobile, riprendere fiato prima di ricominicare l’assalto, verso la luce, e aveva paura che le sue mani ancora piccole si rompessero contro queste pareti troppo strette, maledetta lei, incapace di essere nulla, di espandere, di diventare aria, di aprirsi come fanno i fiori all’aria tiepida, alla luce, a un insetto”.

(U. Ricciarelli, Il dolore perfetto)

Alice S.