Considerate se questo è un uomo

Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno

(P. Levi, Se questo è un uomo)

Mi sono sempre piaciuti molto questi versi. Immagino questa donna: alta, un po’ fragile, di una bellezza intelligente, le dita snelle; ma la immagino anche un po’ in carne, quasi bassa, d’una familiarità bonaria, che si pulisce le mani sul grembiule. Poi immagino la sua nuca lucida e nuda, questi capelli che non ci sono e la rendono anonima. Oggi è il giorno della memoria e Primo Levi ci dice che soprattutto questa donna non ricorda più niente di sé, perché è doloroso ricordare la propria felicità nel tempo di un dolore. La memoria è ciò che dà continuità alla nostra personalità dinamica, al cuore che muta, all’io che cresce. La memoria ci mette al sicuro dall’insidia e dal dubbio di quelle filosofie relativiste che vedono l’io come insieme di energie disgregate, dove ogni tanto una prevale e si impone. La memoria ci dice chi siamo, perché è la scala di gradini che possiamo contare per sapere come siamo arrivati lì; ci dice chi siamo perché ci dice chi siamo stati. E poi Primo Levi ci parla dello sguardo. Dire che “lo sguardo è lo specchio dell’anima” è una frase da scartare nei baci perugina, ma rende chiaro il concetto ai più. Lo sguardo è qualcosa di profondamente umano. È la finestra più immediata da cui passa il guizzo di vita e intelligenza. È il motivo per cui diciamo “sembra che capisca” se un cane ci guarda con occhi accesi, o per cui un docente dice: “ci siete? avete uno sguardo da triglia!” ai suoi studenti quando percepisce che l’attenzione scema. Secoli di letteratura, a partire dallo Stilnovo, ci insegnano che l’amore passa per gli occhi. E perfino la cecità ha una sua mitologia. A me viene alla mente Michelangelo nel quadro della Creazione dove Dio guarda Abramo. Primo Levi diceva che dietro quegli occhi non c’era nessun teatro cartesiano, diceva che dietro quegli occhi non c’era praticamente nessuno. È così tutto morto che è inverno nelle ovaie. Non le immagino, le vedo quelle ossa del bacino ischeletrite, non hanno nulla di sensuale, espongono il corpo, lo assomigliano al secco dei rami spogli che scricchiolano. La questione non è una donna che non farà figli, ma una donna derubata della sua femminilità. È una violazione intima della morte che offende la potenza generatrice e la vita. C’è una emorragia dell’umano nel paragone gelido con questa rana che gracida e spalanca i suoi occhi inespressivi, restando all’ombra dello stagno.

C’è molta letteratura su questo tema, ci sono molti film che incollano spettatori commossi allo schermo e alle pagine. Alcune storie sono diventate così famose da correre il rischio di perdere incisività nello scandalo che raccontano. Anna Frank, per esempio. Il suo diario è famosissimo. Ma nella foga di leggerlo per averlo nel bagaglio della propria cultura, occorre non dimenticare il sussulto di quelle vita in sordina, l’ansia d’essere scoperti, eppure anche l’insopprimibile istinto di andare avanti, di continuare con quelle banalità inessenziali che si fanno assurde se fuori c’è la guerra. Non potevano camminare per non dare il sospetto che qualcuno fosse nascosto nella soffitta sopra l’ufficio; e Anna doveva infilarsi quante più mutande riusciva per trasportare i vestiti senza valige. Dietro il Diario di Anna Frank non bisogna lasciare sbiadire Anna. Dietro Se questo è un uomo non deve perdersi la parola pesante della testimonianza. E non è solo un classico quello che leggiamo, Primo Levi si è ucciso dopo i campi, è una vita quella che leggiamo.

La giornata della memoria crea facili empatie e, forse, facili dimenticanze. Ma credo che questa sia una giusta occasione perché la letteratura adempia al suo compito di salvare qualcosa dell’uomo, di portare testimonianza, di raccontare la vita, le persone e le cose. E bisogna che si risvegli la disposizione ad ascoltare, come quando da bambina un maestro ci leggeva – la voce bellissima – Un sacchetto di biglie e ne sentivamo la passione, il palpito, la febbre, sopra a tutto la verità.

Alice S.

Calvino: l’occhio e la spada

Calvino è uno scrittore che apprezzo molto. Mi piace lo sguardo profondo e leggero che ha sulle cose. Mi piace il modo in cui le racconta.

Erano fatti l’uno per l’altro, spada e occhio: e forse non la nascita dell’occhio ha fatto nascere la spada ma viceversa, perché la spada non poteva fare a meno d’un occhio che la guardasse al suo vertice.
Il signor Palomar pensa al mondo senza di lui: a quello sterminato di prima della sua nascita, e a quello ben più oscuro di dopo la sua morte; cerca d’immaginare il mondo prima degli occhi, di qualsiasi occhio; e un mondo che domani per catastrofe o lenta corrosione resti cieco.

(Calvino Palomar, Mondadori 2002, p.17)

È una delle meditazioni che il signor Palomar fa nuotando nella spada di luce che il sole al tramonto traccia sul mare. Tocca un tema filosofico: la necessità che qualcuno guardi il mondo, affinché esista. Quasi che le montagne, le valli profonde, il libro sopra la mensola e il vicino di casa di colpo possano smettere di esistere, se chiudessimo gli occhi. Perché non possiamo essere sicuri di ciò che esiste se non entra in relazione con noi. Esiste ancora il tetto del palazzo di fronte, quando non lo tengo sotto gli occhi? In che modo esiste una persona, come percepisce se stessa al centro della vita, se non è in funzione del mio io?
Una delle dimostrazioni di Dio, in filosofia, si basa proprio sul fatto che se il mondo esiste anche quando non entra in relazione con noi, ci deve essere uno sguardo che sostenga tutte le cose ovunque e in ogni tempo, che le confermi nel loro esserci quando noi non ci badiamo: probabilmente lo sguardo di Dio.

Sono idee che tengo in mente ogni volta che scrivo.

Alice S.