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Mia volpe, mio caro, mi sento
un filo d’erba assetata,
retrocedo lungamente e il tuo corpo
mi schiaccia la teca di vetro alla schiena.
Il cuore mi si stringe
prima di allentare la pressione
al sangue, al minuto ricordato.
E mi rammarica respingerti
l’averti addomesticato,
credendolo per me soltanto
il rito dei mesi che ti han fatto
più turgido lo sguardo, e supplicano:
scusa, sai, non è passato.