a Maria Luisa Spaziani

                                                              a Maria Luisa Spaziani
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Se fossi stata meno anziana, meno anni,
e per tesi e per sorte, fossi capitata prima
alla porta alta della tua casa romana,
ti avrei scelta come mia maestra.

Ti ha riconosciuta un’elezione del cuore,
un fiore misterioso dentro il verso.
La percezione che in te
resistesse ancora il Novecento.

Ti avrei letto le mie poesie. Ascoltato.
Avrei imparato un canto potente e vita.
Ma sei morta in una giornata estiva
e la tua voce è una pagina, un Meridiano.

(22 Febbraio 2016)

Qualche sera fa ho termianato di leggere Chirù di Michela Murgia; e mi è piaciuto. Mi sono soffermata su un paio di riflessioni. La prima riguarda l’affermazione che alla base della scelta di prendere sotto la propria ala un alievo c’è l’attrazione, il desiderio. Un desiderio che intenderei come interesse profondo verso qualcuno in cui intravediamo una somiglianza e una diversità, un’attrazione che parafraserei in curiosità verso l’altro. Questo genere di relazione, di riconoscimento anche, parte dalla consapevolezza di un’affinità elettiva. Un colpo di fulmine.
Anche se poi la Murgia innesca un altro tipo di scandaglio sulle dinamiche di relazione, io mi sono interrogata dalla prospettiva sia di chi insegna, sia di chi impara. Abbiamo bisogno di maestri. Nel senso più ampio che ha questa parola. Mi sono chiesta chi siano i miei e ho deciso di condividere quanto meno una delle risposte.
Per quanto riguarda la poesia, la persona che avrei scelto di frequentare, nel quotidiano di una relazione artistica ma ancha umana, sarebbe stata la Spaziani. Mi è tornata in mente senza preavviso una frase che mi aveva detto durante una conversazione a casa sua: “Avremmo dovuto conoscerci prima”.
Ecco come è nata questa poesia.

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La scelta delle quartine così come il v.6 hanno il chiaro intento di un omaggio, dal momento che la quartina è la forma privilegiata della scrittura dell’ultima Spaziani e nello specifico dell’opera “La traversata dell’oasi” su cui ho fatto la tesi. Mentre il suo verso “Il cuore di quel fiore è la corrosa/ medaglia del mio viso, il mio mistero” è stato il faro, il filo rosso, alla luce del quale ho letto e analizzato il Meridiano che l’ha consacrata a ineludibile paradigma della poesia lirica del Novecento.

Alice Serrao

Incontro – Maria Luisa Spaziani

Col cuore palpitante nel mio vestito blu, in via Cola di Rienzo, controllo il numero civico, il citofono. Mio padre si alza dalla panchina su cui abbiamo aspettato insieme dieci minuti che si facesse l’ora giusta, per non arrivare troppo tardi, troppo presto. Ha la voce delle fumatrici che avevo già ascoltato a Parma, il pomeriggio che le avevo chiesto se avessi potuto intervistarla a telefono e lei aveva risposto con l’invito: venga a trovarmi a Roma, a casa.

“Oh, cara, salga all’ultimo piano, prego”. Sull’uscio, mentre aspetto che apra la porta, la gioia trepidante di incontrarla si mischia all’affanno dei gradini saliti in fretta per diffidenza dell’ascensore ancora a gabbia, in questo palazzo di non so più quale secolo.

Ricordo che c’erano libri ovunque, impilati per terra, posati sul tavolino, infilate in orizzontale e verticale le edizioni Meridiani facevano a gomito nella loro vetrina. “Col fatto che sono la Volpe, me le regalano sempre!” lo sottolinea perché segue la diagonale del mio sguardo, a destra del bel ritratto di Spagnola che le fece Picasso, sull’ultimo ripiano, morbide tra i libri, ci sono delle volpi di peluches.

Ricordo anche la gentilezza, la pelle fragile e sottile delle mani nella stretta del saluto, il sapore del cioccolatino che mi offre: “ne prenda pure uno anche per il viaggio!”. Il suo bisticcio con il cordless, i messaggi che le intasavano la segreteria.

Di tutte le volte che le ho parlato o l’ho incontrata ho fatto caso soprattutto alla donna, alla persona che era dietro il poeta. Un anno di studi per la tesi mi hanno dato l’impressione che tra articoli e interviste e opere il più fosse stato detto. A me interessava risentire quelle cose per vedere come le dicesse: il gesto della mano nell’alzare il bicchiere di tè freddo, nel posare la cenere del fumo; o quel darsi pena dell’aspetto, del vestito, entrando a Palazzo Cusani, nel 2012, in Giugno.

Comunque le ho anche parlato della tesi, del filo rosso di fondo. Mi guarda sorridendo, annuisce. La soddisfazione di avere intuito giusto. Sa, signora Spaziani, leggere i suoi versi, per me, è stato come innamorarsi, come sentire dalla pancia una corrispondenza; come se la mia idea di poesia palpitasse esattamente dentro la sua lirica. È stato un riconoscimento.

Era Dicembre, giorno dell’Immacolata, faceva anche piuttosto freddo, sull’autostrada del ritorno verso Milano, quella sera avrebbe nevicato.