Isola

 

È il quattro di luglio su un’Isola piena
di mare e di sole; ci sono quattro bambini
che giocano a fare un assalto alla nave
davanti al mio ombrellone. Con certezza
sanno distinguere i buoni e i nemici
tra i pirati sul ponte, “…ammainare le vele.”
Ho immaginato che anche tu abbia dato
istruzioni precise su come espugnare
il forziere e ripetuto parole sentite
dai grandi nei film per farle ridire ai corsari
“Facciamo finta che dici…boom! e gli spari!…”
E poi “dopo mamma eddai” tieni le mani per fare
ombra sugli occhi mentre insiste e ti scatta
una foto. Amore, sono i tuoi anni piccoli,
quelli senza di me e senza voragini,
me li mostra un rullino vent’anni più tardi.

In soggiorno una cartolina dagli anni Novanta
Baci baci dal mare

(Isola d’Elba, 4 Luglio 2017)

Alice Serrao

GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA

21 MARZO 2018 – GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA

“Sono nata il ventuno a primavera” scrive Alda Merini. Un verso che non si può non citare, oggi, primo giorno di primavera, Giornata Mondiale della Poesia.

La poesia venne a cercarmi – Neruda si rivolge a lei come se parlasse a una donna, dice – da una strada mi chiamava“. L’ispirazione poetica è volubile come Angelica: spinge l’uomo alla ricerca di una necessaria e inattingibile Bellezza, che affascina e fa smarrire. Orlando che non riesce a deflorare Angelica da innamorato si fa furioso.

Il cuore di quel fiore è il mio mistero” – questo verso della Spaziani è luminoso come una Stella polare e fa da guida alla Traversata dell’oasi.  Perché la ricerca della parola serve a dare la direzione più che la meta. Il desiderio dell’uomo è orientato a cogliere il segreto delle cose per circoscriverlo in una parola esatta e precisa, nitida ed evocante. Eppure è intrinseca nell’umano questa inesattezza lessicale, questa frustrazione del non avere mai detto abbastanza bene, e la parola, precisa come il Verbo e la Verità, sembra sempre sfuggire di un passo, essere avvicinabile per giri concentrici, solo per intuizione.

Chi ha lottato con l’Angelo porta sempre un segno – scrive la Spaziani. E la sua Giovanna d’Arco lo sperimenta. Il poeta sa che il dono si porta come una ferita originale, un chiodo della croce, brucia e dilania come la luce o una maledizione. Quod me nutruit, me destruit. D’altronde, si deve aver sentito la vita intensamente, essere stati molto in alto e molto in basso, per scrivere bene, ricorda Ende. La poesia bisogna sentirla nella carne, come un maschile che schiude, eleva e buca e manca nella sottrazione. Una volta un saggio mi disse: “se non ti fa soffrire, non è poesia“.

Al genio (un’ispirazione questa volta maschile) devi “prestargli subito la mano” scrive la Spaziani riprendendo quel ditta dentro dantesco. La voce scandisce dentro, tra le viscere e il costato, un dettato feroce ed urgente. Prevede che tu senta tirare i lembi alla ferita, la china la punta della stilografica mentre affonda, prevede che tu senta in uno stato alterato di coscienza che la vita è potente e sanguina e brucia. Perché tu possa così restituirla agli altri come una profezia, dopo che Apollo ha posseduto la Sibilla. Luzi invocava: “Cantami qualcosa pari alla vita“.

Perché la dai a tutti, tranne che a me, che ho bisogno di poesia?- allude la malizia di un poeta pescato da un’antologia. Perché a volte la poesia sta zitta. Tace per anni; non detta più una sillaba. Il silenzio ti fa temere la perdita del dono. “E poi si fa viva all’improvviso un giorno che ero al supermercato” mi ha raccontato qualche tempo fa la Valduga.

Quando non ci stai pensando più, viene a cercarti come se niente fosse, come una donna volubile da una strada: ti chiama per nome a un’ubbidienza. Può essere stata in letargo per anni, acquattata nel largo del respiro, ma appena la senti rifiorire in un endecasillabo, dare la lingua ritmica degli a capo a un pensiero, qualcosa in te si sazia e rasserena, come un dio che ti parla e soffia scandendo sillabe nel sangue. E allora lo sai d’improvviso: sei salva.

 

Ars Poetica

È finita – e credo lo dica per fare una prova
per vedere il suono, se taglia la bocca;
una parola all’inizio che non significa.
Quello che ti fa soffrire amore
non si estirpa, mi fa da chiodo e da casa,
amore chiedermi cosa venga prima
tra te e la poesia
è un vespaio terribile e nuoce
è come scegliere tra il sangue e il mio nome.
Amore la poesia è il modo in cui sto
con le cose. Onora il dono come tua madre.
Forse non ho saputo spiegare bene,
se hai sentito che brucia,
se dici – ti lascio è finita.

(4.10.2017)

Alice Serrao

da “A piene mani”

Alice Serrao approda alla sua prima raccolta poetica in età molto giovane,ma con già alle spalle diversi anni di interesse, pratica e studio della poesia che le consentono una scrittura dotata di originalità e di scelte stilistiche. L’intensità passionale delle esperienze si riversa nelle tematiche più ricorrenti […] nel sentimento amoroso, nella sensualità e nei rapporti familiari. […] Domina lo scenario la forte consapevolezza di un Femminile come potenza del sentimento, oppure grazia seduttiva, corporalità vissuta ed espressa senza remore e con capacità sia di abbandono sia di orgogliosa rivendicazione. […] Il titolo della raccolta […] va esteso dal contesto in cui appare e ampliato  una generosità dell’esporsi e del dire, dell’entrare in gioco con il proprio corpo, con il prodotto della scrittura, […]. Con il pudore della poesia […] ma anche con il coraggio di rappresentare persone ed eventi nella loro materia fondante, il vivere, l’amare, il morire.

(dalla Prefazione di L. Cannillo)

 

Maternità

Riportami all’origine della tua maternità
un nanosecondo prima
che tutto tenda all’entropia
e ascoltami crescere
in un movimento
come mare dentro una conchiglia,
perché mi hai liberata dalla densità dell’acqua,
ora liberami dalla materia,
così che la mia pelle
possa tornare a ricoprirsi della tua
in un dialogo fusionale
che è bellezza e morte.
Tu sola puoi ridefinirmi
in questo spazio universale
che si incurva,
come il tuo dito che segue
il segno
nel cerchio profondo dell’ombelico.
E riprendimi nell’utero,
dove si scioglie il dramma dell’artista
quando distende il cuore sul sublime.

 

Come faccio a spiegarti Milano

Come faccio a spiegarti Milano
in certe mattine d’autunno
gli uomini fumano – tu fumeresti –
aspettando il Treviglio.

E sempre s’incontra in uno sguardo
la notte precedente; tu non vorresti
mi guardassero le mani ed è
una congiura di coincidenze.

All’ingresso volantini del Divina,
la settimana della moda, la Feltrinelli
senza chitarre nella vetrina.
E ha un singhiozzo, stamane, Milano.

A un certo punto bisogna
lasciare stare, o diventa
                            chirurgia, accanimento,
bisogna smettere questa resistenza
che si fa con la poesia.

 

Novembre

Allora aspetto cara… – mi sorride
ma novembre è il mese dei morti
e dovresti stare tu alla porta dire
te l’è vist la me neuda? all’uscita
di scuola col cuore che aderisce
all’attesa come le foglie
come le foglie all’asfalto.
O se ti vedevano con le bambole in mano
abbassa abbassa le tende le dita
sgranano adagio il rosario
e vai se devi va’ in fretta ero io
nella paura dei primi segni
questi girasoli portati ai colombari
e non ti hanno nemmeno salvato.

 

Agnizione

Il gioco delle carte e per te perdo,
mi dici: io lo so da prima quando sei tu
ti sento come nello stomaco.
E resto, la bocca semiaperta
il bianco esterrefatto della sedia.
Lo ricordo come un segno una promessa,
come se i tre giri dell’anello sulle dita
mi facessero più certa.
Sbatto la pupilla, e io lo so da cieca:
nella pancia è tuo il succo il sangue geme
è mia la pelle che ti riveste le ossa.

 

Rinascita

La rinascita era qui:
sul pontile scambiarsi i nomi,
tre aggettivi, e fare muti tutti
gli umori gli esili fili dei viaggi,
come la cerva trafitta sui fianchi,
il sangue inseguito nella scia e sempre
il gemito del sì, la sillaba
che ti consacra e riconosce.
È possibile? Avere meno memoria
e più staminali in mezzo alle cellule.
La mano alla tua mano qui
si uncina, amore, ti ricordi? Si
salda la metà esatta della vita.

(Alice Serrao, A piene mani, La Vita Felice, Milano 2016)