L’ombelico è la nostra ferita
la ferita di essere al mondo
senza spiegazione di cielo: schianto
del pane precipitato nel deserto.
Poi la sabbia.
Molto soli siamo.
E manchiamo.
Sempre manchiamo.
E’ il segno della legatura
per mancare. Sempre.
Così ruotiamo in cerca di luce
d’intero.
Dove ruotano i numeri
nel nero tra le stelle
sei raggiante.
(da Chandra Livia Candiani, La domanda della sete 2016-2020, Einaudi 2020).
Un uomo è definito non solo da ciò che fa, ma soprattuto da ciò che gli manca. Perché ciò di cui sente la mancanza diviene motore del suo desiderio e lo orienta nella vita. Lo spiega bene Massimo Recalcati nel suo splendido saggio “La forza del desiderio” (Qiqajon Edizioni, 2014), nel quale analizza come il desiderio sia una forza incontrollabile che attraversa l’essere umano e lo spinge, soprattutto in adolescenza, a una rottura con ciò che ha rappresentato il confine d’orizzonte dell’infanzia. Realizzare un desiderio, una vocazione, equivale spesso a tradire e deludere le aspettative che altri hanno costruito su di noi. Per queste ragioni, Recalcati dice che “il dono più grande della genitorialità è, come Abramo, è affidare il figlio al deserto” che diviene metafora dell’esistenza.
Chandra Livia Candiani spiega lo stesso abbandono con un verso “schianto / del pane precipitato nel deserto” che ha in sé il richiamo a un nutrimento essenziale e a un luogo fortemente simbolico, con richiami anche biblici, perché il deserto è il luogo della solitudine e dell’erranza, della vita messa alla prova. Ma l’attraversamento del deserto, ce lo insegna la lettura escatologica delle Sacre Scritture, è figura anche della liberazione.
Dunque l’uomo, quando nasce, manca inevitabilmente di qualcosa, e porta nel corpo la ferita del taglio ombelicale a memento di un’altra ferita, quella ontologica, che gli ricorda d’essere sempre “in cerca di luce / d’intero”. Separato come ci racconta anche Platone nel Simposio, eternamente alla ricerca di un amore che sappia restituirlo a una pace pre-natale. “Soli” “manchiamo” ribadisce la poetessa.
Nella raccolta “Il corpo battello” ogni parte del corpo diventa protagonista di una riflessione condotta tramite legami sintattici sorprendenti e a tratti spiazzanti, con un uso delle parole mai scontato ma nuovo negli accostamenti semantici. In questa poesia è l’ombelico la traccia concreta da cui parte il discorso poetico che nei versi conclusivi sembra suggerire che “tra le stelle” nel nero del cielo “senza spiegazione” (l’etimologia della parola desiderio ci insegna che de-siderus significa proprio “lontananza dalla propria stella”) un tu “raggiante” orienti il cammino.
Alice Serrao
Che meraviglia; ho letto di recente un saggio di Chandra Candiani e mi sono molto commosso
"Mi piace""Mi piace"