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Informazioni su aliceserrao

Mi chiamo Alice Serrao e scrivo poesia. Questa è la cosa più importante da sapere su di me. Nel 2014 ho aperto il Blog Fiori di Porpora.

Sono solo una donna

In occasione della festa della donna, ho deciso di pubblicare questa poesia che ho scritto quando avevo dodici anni (2002) e con la quale sono arrivata terza al premio di poesia Calendimaggio. Ci sono affezionata a questi versi. Rileggendoli a distanza di anni mi piacciono ancora, perché riconosco l’elogio e la consapevolezza del femminile che caratterizzano la mia poesia.

 

Sono solo una donna

Sono solo una donna,
una donna che guarda lontano,
che sogna, che vive con gli occhi
di chi deve ancora crescere.

Non sono una donna
per i lunghi capelli,
per i miei occhi grandi e belli.

Non sono una donna
per un dolce sorriso
per l’espressione del viso.

Non sono una donna
perché uso il trucco,
mi guardo allo specchio
e poi lo ritocco.

Non sono una donna
per quello che vedi,
ma perché io sono così.

Sono solo una fragile donna
come la bambola di porcellana
ches sta sul comò.

Sono solo una donna.

Nel profumo, in sapore, in odore,
sono una donna
nel profondo del cuore.

Alice Serrao

 

dal Commento della giuria:

Curioso come la consapevolezza, l’orgoglio di essere una donna sia così forte in una ragazza ancora giovane [..]. Ed è curioso quell’avverbio, “solo”, quasi […] a porre l’accento sulla fragilità delle donne. Oppure, come si intuisce nella conclusione, l’essere donna è un fatto fisico […] intrinseco in ogni donna, che lo vive dunque con naturalezza proprio perché indissolubile.  

 

Qui di seguito il link ufficiale del sito in cui è possibile consultare l’edizione 2002 del “Calendimaggio”.

http://www.agcam.it/2002/

 

 

 

 

a Maria Luisa Spaziani

                                                              a Maria Luisa Spaziani
***

Se fossi stata meno anziana, meno anni,
e per tesi e per sorte, fossi capitata prima
alla porta alta della tua casa romana,
ti avrei scelta come mia maestra.

Ti ha riconosciuta un’elezione del cuore,
un fiore misterioso dentro il verso.
La percezione che in te
resistesse ancora il Novecento.

Ti avrei letto le mie poesie. Ascoltato.
Avrei imparato un canto potente e vita.
Ma sei morta in una giornata estiva
e la tua voce è una pagina, un Meridiano.

(22 Febbraio 2016)

Qualche sera fa ho termianato di leggere Chirù di Michela Murgia; e mi è piaciuto. Mi sono soffermata su un paio di riflessioni. La prima riguarda l’affermazione che alla base della scelta di prendere sotto la propria ala un alievo c’è l’attrazione, il desiderio. Un desiderio che intenderei come interesse profondo verso qualcuno in cui intravediamo una somiglianza e una diversità, un’attrazione che parafraserei in curiosità verso l’altro. Questo genere di relazione, di riconoscimento anche, parte dalla consapevolezza di un’affinità elettiva. Un colpo di fulmine.
Anche se poi la Murgia innesca un altro tipo di scandaglio sulle dinamiche di relazione, io mi sono interrogata dalla prospettiva sia di chi insegna, sia di chi impara. Abbiamo bisogno di maestri. Nel senso più ampio che ha questa parola. Mi sono chiesta chi siano i miei e ho deciso di condividere quanto meno una delle risposte.
Per quanto riguarda la poesia, la persona che avrei scelto di frequentare, nel quotidiano di una relazione artistica ma ancha umana, sarebbe stata la Spaziani. Mi è tornata in mente senza preavviso una frase che mi aveva detto durante una conversazione a casa sua: “Avremmo dovuto conoscerci prima”.
Ecco come è nata questa poesia.

nb
La scelta delle quartine così come il v.6 hanno il chiaro intento di un omaggio, dal momento che la quartina è la forma privilegiata della scrittura dell’ultima Spaziani e nello specifico dell’opera “La traversata dell’oasi” su cui ho fatto la tesi. Mentre il suo verso “Il cuore di quel fiore è la corrosa/ medaglia del mio viso, il mio mistero” è stato il faro, il filo rosso, alla luce del quale ho letto e analizzato il Meridiano che l’ha consacrata a ineludibile paradigma della poesia lirica del Novecento.

Alice Serrao

da “A piene mani”

Alice Serrao approda alla sua prima raccolta poetica in età molto giovane,ma con già alle spalle diversi anni di interesse, pratica e studio della poesia che le consentono una scrittura dotata di originalità e di scelte stilistiche. L’intensità passionale delle esperienze si riversa nelle tematiche più ricorrenti […] nel sentimento amoroso, nella sensualità e nei rapporti familiari. […] Domina lo scenario la forte consapevolezza di un Femminile come potenza del sentimento, oppure grazia seduttiva, corporalità vissuta ed espressa senza remore e con capacità sia di abbandono sia di orgogliosa rivendicazione. […] Il titolo della raccolta […] va esteso dal contesto in cui appare e ampliato  una generosità dell’esporsi e del dire, dell’entrare in gioco con il proprio corpo, con il prodotto della scrittura, […]. Con il pudore della poesia […] ma anche con il coraggio di rappresentare persone ed eventi nella loro materia fondante, il vivere, l’amare, il morire.

(dalla Prefazione di L. Cannillo)

 

Maternità

Riportami all’origine della tua maternità
un nanosecondo prima
che tutto tenda all’entropia
e ascoltami crescere
in un movimento
come mare dentro una conchiglia,
perché mi hai liberata dalla densità dell’acqua,
ora liberami dalla materia,
così che la mia pelle
possa tornare a ricoprirsi della tua
in un dialogo fusionale
che è bellezza e morte.
Tu sola puoi ridefinirmi
in questo spazio universale
che si incurva,
come il tuo dito che segue
il segno
nel cerchio profondo dell’ombelico.
E riprendimi nell’utero,
dove si scioglie il dramma dell’artista
quando distende il cuore sul sublime.

 

Come faccio a spiegarti Milano

Come faccio a spiegarti Milano
in certe mattine d’autunno
gli uomini fumano – tu fumeresti –
aspettando il Treviglio.

E sempre s’incontra in uno sguardo
la notte precedente; tu non vorresti
mi guardassero le mani ed è
una congiura di coincidenze.

All’ingresso volantini del Divina,
la settimana della moda, la Feltrinelli
senza chitarre nella vetrina.
E ha un singhiozzo, stamane, Milano.

A un certo punto bisogna
lasciare stare, o diventa
                            chirurgia, accanimento,
bisogna smettere questa resistenza
che si fa con la poesia.

 

Novembre

Allora aspetto cara… – mi sorride
ma novembre è il mese dei morti
e dovresti stare tu alla porta dire
te l’è vist la me neuda? all’uscita
di scuola col cuore che aderisce
all’attesa come le foglie
come le foglie all’asfalto.
O se ti vedevano con le bambole in mano
abbassa abbassa le tende le dita
sgranano adagio il rosario
e vai se devi va’ in fretta ero io
nella paura dei primi segni
questi girasoli portati ai colombari
e non ti hanno nemmeno salvato.

 

Agnizione

Il gioco delle carte e per te perdo,
mi dici: io lo so da prima quando sei tu
ti sento come nello stomaco.
E resto, la bocca semiaperta
il bianco esterrefatto della sedia.
Lo ricordo come un segno una promessa,
come se i tre giri dell’anello sulle dita
mi facessero più certa.
Sbatto la pupilla, e io lo so da cieca:
nella pancia è tuo il succo il sangue geme
è mia la pelle che ti riveste le ossa.

 

Rinascita

La rinascita era qui:
sul pontile scambiarsi i nomi,
tre aggettivi, e fare muti tutti
gli umori gli esili fili dei viaggi,
come la cerva trafitta sui fianchi,
il sangue inseguito nella scia e sempre
il gemito del sì, la sillaba
che ti consacra e riconosce.
È possibile? Avere meno memoria
e più staminali in mezzo alle cellule.
La mano alla tua mano qui
si uncina, amore, ti ricordi? Si
salda la metà esatta della vita.

(Alice Serrao, A piene mani, La Vita Felice, Milano 2016)