Le arance sono anoressiche

Lei guarda quel casino […] Dieci anni prima ci avrebbero fatto l’amore in mezzo a quel cimitero di arance.
(Nessuno si salva da solo, M. Mazzantini)

A fare l’amore avevano
un palmo tra il soffitto e il pavimento,
intercapedine della vita
in un cimitero di arance,
le bucce
tienimi ancora più forte

E le zoppica il buio
tra i denti.
Sono anoressiche anche tutte
le arance.
Ma l’amore si rimette
un poco alla volta,
mentre al tavolo ci si divide
l’estate coi figli.

Ha una piastrella per cadere,
chiede con le mani,
come un pianto dalla culla,
e lui sente
l’amore agonizza
in tutte le costole cieche.

Ci salvano almeno
le fughe del pavimento?

(31 Maggio 2011)

Nessuno si salva da solo è un romanzo bellissimo. Delia e Gae si amano, o forse, a un certo punto, non si amano più. Passano 180 pagine seduti a un tavolo, a rinfacciarsi i propri limiti e a ricordare qualcosa di tenero andato a male nel tempo. E lo sfacelo di quell’intimità che si perde ha esattamente l’odore delle arance spremute e di tutte quelle bucce che rimangono svuotate sul ripiano della cucina. Allora la bocca di Delia, con quei denti rovinati da ex anoressica, non è più la bocca che s’è ingoiata il paradiso di Gae e su quel gradino se lo possono dire non ti amo più. Questo li salva. Questo permette di amare da capo. È la storia a cui si ispira questa poesia.

Racconti metropolitani – Il peso

Banchina della linea verde – Sant’Ambrogio

Si dondola davanti alla cartina suburbana delle linee metropolitane; mora, i capelli scarmigliati raccolti in una coda; scodinzola come il suo cane, di cui dice: “Pesa quattordici chili e mezzo – fa una pausa di intensa riflessione prima di condividere il suo calcolo con tutta la banchina in attesa della verde, a Sant’Ambrogio – allora io peso il doppio del mio cane!” Grida i suoi 26 chili nel disappunto della madre a cui non quadra il conto.

Mentre l’ascolto penso che imparerà col tempo a non dire più il suo peso, le insegneranno anche a barare sugli anni che ora rivendica nell’entusiasmo di poterli spiegare con due mani! O al più, se sarà obbligata a rispondere, saprà giocare meglio i suoi numeri, i chili conterà soltanto quelli persi, indicherà il suo peso sempre come la metà di qualcos’altro. Avrà, come sua madre, un trench adatto per la stagione e capelli fermati da un elastico discreto nel colore.

Eppure, stupendamente, la femminilità in questi piccoli anni è anche avere quella macchia di prato sulle collant, e non curarsene affatto.

(24 Aprile 2013)

Incontro – Maria Luisa Spaziani

Col cuore palpitante nel mio vestito blu, in via Cola di Rienzo, controllo il numero civico, il citofono. Mio padre si alza dalla panchina su cui abbiamo aspettato insieme dieci minuti che si facesse l’ora giusta, per non arrivare troppo tardi, troppo presto. Ha la voce delle fumatrici che avevo già ascoltato a Parma, il pomeriggio che le avevo chiesto se avessi potuto intervistarla a telefono e lei aveva risposto con l’invito: venga a trovarmi a Roma, a casa.

“Oh, cara, salga all’ultimo piano, prego”. Sull’uscio, mentre aspetto che apra la porta, la gioia trepidante di incontrarla si mischia all’affanno dei gradini saliti in fretta per diffidenza dell’ascensore ancora a gabbia, in questo palazzo di non so più quale secolo.

Ricordo che c’erano libri ovunque, impilati per terra, posati sul tavolino, infilate in orizzontale e verticale le edizioni Meridiani facevano a gomito nella loro vetrina. “Col fatto che sono la Volpe, me le regalano sempre!” lo sottolinea perché segue la diagonale del mio sguardo, a destra del bel ritratto di Spagnola che le fece Picasso, sull’ultimo ripiano, morbide tra i libri, ci sono delle volpi di peluches.

Ricordo anche la gentilezza, la pelle fragile e sottile delle mani nella stretta del saluto, il sapore del cioccolatino che mi offre: “ne prenda pure uno anche per il viaggio!”. Il suo bisticcio con il cordless, i messaggi che le intasavano la segreteria.

Di tutte le volte che le ho parlato o l’ho incontrata ho fatto caso soprattutto alla donna, alla persona che era dietro il poeta. Un anno di studi per la tesi mi hanno dato l’impressione che tra articoli e interviste e opere il più fosse stato detto. A me interessava risentire quelle cose per vedere come le dicesse: il gesto della mano nell’alzare il bicchiere di tè freddo, nel posare la cenere del fumo; o quel darsi pena dell’aspetto, del vestito, entrando a Palazzo Cusani, nel 2012, in Giugno.

Comunque le ho anche parlato della tesi, del filo rosso di fondo. Mi guarda sorridendo, annuisce. La soddisfazione di avere intuito giusto. Sa, signora Spaziani, leggere i suoi versi, per me, è stato come innamorarsi, come sentire dalla pancia una corrispondenza; come se la mia idea di poesia palpitasse esattamente dentro la sua lirica. È stato un riconoscimento.

Era Dicembre, giorno dell’Immacolata, faceva anche piuttosto freddo, sull’autostrada del ritorno verso Milano, quella sera avrebbe nevicato.