#014. Lumelli. La poesia della sorpesa.

candid camera

quando siamo rimasti in due
siamo diventati insufficienti
abbiamo giocato a biglie
ma erano lacrime di vetro
la bravura è mancare il bersaglio
come assicura il lanciatore di coltelli
a volte basta una tovaglia
come se fosse di domenica
quando tirò il sasso nello specchio
non avrebbe immaginato di sparire.
appare qualcosa – e non significa l’amata
con cento rimedi vaneggia – favoloso sapere
(vuoi farei contenuto? fai il palo?)
(o l’amore guardiano
mentre fa il suo giro?)
soltanto l’accaduto è abitato
grandissime dalie
(segni delle donne)
(aiuole di civiltà mature)
manca un colpo da maestro?
un riquadro di finestra – da dove riguardare?
mentre si prepara qualcosa
da qualche parte – a quest’ora
ci sono i minuti contati
sale d’aspetto – che di notte
chiudono alle due
e se dopo ci fosse il mare
se non fosse Cesano Boscone
ma spalancato vuoto
tra acqua e cielo?
alla finestra – un rumore di vele
poi cieli mutevoli – soffitti dipinti
belli come i seni del respiro
dunque è vero: sei tu che non finivi
le equazioni per paura dell’uguale?

(A. Lumelli, Trattatello incostante, 1980)

“Sono rarissimi i maestri che ci vengono donati in questa vita”. Con queste ed altre affettuose parole di commiato lo ricorda l’ex presidente dell’associazione “Casa della poesia al Trotter”, Giusy Busceti. Mentre Luigi Cannillo, poeta e critico, ricorda di aver da lui ricevuto “un dono raro: la capacità di guardare dietro le apparenze, di vivere la Poesia disinteressatamente e con azzardo”. Sono parole che rimarcano l’eccezionalità di un uomo e di un poeta che non ho conosciuto personalmente, ma che ho sentito il desiderio di incontrare, al di là del tempo, attraverso la poesia.

Dunque, la scelta di questa poesia di Angelo Lumelli è guidata dalla volontà di regalare ai lettori un testo illuminante, custode di una folgorazione, ma anche di rendere omaggio a un poeta, recentemente scomparso.

La poesia di Lumelli, infatti, è una continua sorpresa: ogni verso, ogni a capo rappresentano un imprevisto, un’accostamento audace, una rivelazione.

Fin dall’inizio, infatti, il lettore si ritrova davanti a una sintassi inaspettata, in cui la principale disattende la subordinata temporale del primo verso: “quando siamo rimasti in due /siamo diventati insufficienti”. Il v.4, poi, rappresenta un vero e proprio rovesciamento: “la bravura è mancare il bersaglio”.

Così, dopo averci sapientemente guidati nel suo dettato poetico, Lumelli cambia inaspettatamente direzione e ci immerge in un nuovo dipanarsi di immagini e di associazioni, dimostrando un linguaggio audace e libero, personalissimo e originale.
Tra tutte le immagini una se ne evidenzia per efficacia: “quando tirò il sasso nello specchio /non avrebbe immaginato di sparire.” perché, mentre lo specchio si frantuma, noi come l’Alice di Lewis Carrol entriamo in una nuova galassia; quella precedente forse è collassata, forse si è moltiplicata e ha generato tanti universi quanti sono i frammenti. Ed ecco appare realmente qualcosa, percepiamo anche noi che “soltanto l’accaduto è abitato” e desideriamo andare a fondo dell’enigma, coglierlo.
Allora continuiamo a seguire il poeta e gonfiamo anche noi il seno, il petto, nel respiro o tratteniamo il fiato, perché il senso ultimo è proprio lì, fuori dalla finestra, dalla sala d’aspetto…e ci sfugge! proprio quando c’eravamo quasi. Perché la poesia, nel suo fluire semantico traccia sentieri e li disperde, apre una nuova dimensione.

Quella di Lumelli è una poesia audace, capace di “iuncturae” abili, intelligenti nel senso usato da M. De Angelis: cioè “capaci di andare a fondo”.
La chiusa, invece, ci interroga tutti. Chi saprebbe dire a cosa è uguale l’esperienza di lettura che abbiamo appena fatto? D’altronde, Lumelli ci aveva lasciato un indizio: è una candid camera e quello che accade, anche se lo abitiamo, è a nostra insaputa.

Alice Serrao

#012.Roberto Mussapi: Le voci nella segreteria

Le voci che parlano all’una di notte

Le voci che parlano all’una di notte
alla segreteria telefonica,
quella un po’ alcolica dell’amico che chiama da una festa,
quella dall’accento tedesco che evoca campi,
quella di tanti che non conosci,
poi la madre, in una città lontana su un altopiano,
mentre tu sei distante e percepisci la notte
e la commistione delle voci riudite
e di quelle che nel tempo diurno ti parlarono,
al telefono, o solo dentro di te, i persi,
i tuoi morti o le voci viventi che ti svegliarono
dal sonno delle basse pressioni, dal sottovivere,
che ti chiamò dall’ombra sollevandoti nella luce e nel respiro,
tutti presenti e vocanti nel ricordo
di un tasto appena spento.
Non solo la loro voce, la voce impressa,
le altre, quelle che ti fecero diurno e perenne
mentre sciamano le automobili nel silenzio,
e i fari accesi custodiscono il buio,
la radio, l’abitacolo, l’altra voce.

(da R. Mussapi, La polvere e il fuoco, Mondadori 1997)

Nella segreteria telefonica ci sono dei messaggi. Ci sono le voci di quelli che hanno parlato con me quando non ero in casa. C’è la voce di mia madre: chiede notizie, si assicura che stia bene, che abbia mangiato. Dice: baci. Dice: richiama. Dopo c’è la voce registrata di una centralinista da un Call Center, propone promozioni vantaggiose per pagare meno la linea fissa, sciorina tariffe nell’italiano che reca l’inflessione dell’est. La sua è una voce registrata che parla dopo il mio segnale acustico. Un dialogo tra registratori. Una conversazione senza scambio. Un dialogo che in realtà non sta avvenendo: sono parole in differita. “Non sono in casa, lasciate un messaggio”. La più straniera, tra tutte le voci ascoltate, resta comunque la mia.

  • “Clara, mi senti, Clara?” “Si” fece lei con un tenero bisbiglio “ti sento….Ma sei sicuro che gli altri se ne siano tutti andati?”. “Tutti meno uno” rispose lui bonario “meno uno che finora è stato tutto il tempo ad ascoltare ma non ha mai aperto la bocca.”.
Ero io. Col batticuore, misi giù immediatamente la cornetta. –

(D. Buzzati, Sciopero dei telefoni)

Nel racconto di Buzzati le voci si intrecciano e le conversazioni corrono lungo i fili telefonici, sovrapponendosi; ma a differenza di quanto accade in questo testo di Mussapi dialogano in diretta. Nella poesia, invece, c’è l’io del poeta che resta in ascolto: le voci che si susseguono nella segreteria dicono parole passate, ma conservano il carattere di permanenza. Sono sempre lì, in agguato “nel ricordo /di un tasto appena spento”.
Resta “la voce impressa” dei vivi, quelli che “nel tempo diurno ti parlarono”, ma anche quella dei morti, di chi non c’è più, e pure continua a chiamare “dall’ombra” “o solo dentro di te”.
“Mentre tu sei distante” una commistione di voci parla con la segreteria: è una distanza fisica e metafisica, perché lo spazio e il tempo, collegati, subiscono la medesima distorsione. La voce dei vivi, “quella un po’ alcolica dell’amico che chiama da una festa” ci rimanda, coi suoi sottofondi, a un luogo in cui evidentemente non siamo e non siamo stati. La voce viaggia nell’aria, resta sospesa sotto forma di onde, e poi si ricompone nella sua familiarità umana dentro il nostro orecchio, altrove rispetto al luogo in cui è nata. La voce dei morti, invece, resta imprigionata nella registrazione, gira a nastro, ci desta all’improvviso “dal sonno […], dal sottovivere”. Evoca altro. Alla fine di tutti i messaggi registrati ce n’è uno, nella mia segreteria, che mi invita eternamente a pranzo. E’ per questo che ho scelto questa poesia.

Per il mistero della voce, di ciò che attraverso la realtà ci chiama dall’interno, quello che Buzzati chiama “l’enigma” e Mussapi “l’altra voce”.