#07. Poesia Sottobanco – Esercizi di immortalità

di Alice Serrao

Questo è il mio nuovo articolo uscito per il blog del Trotter, nella rubrica “Poesie sottobanco”. La poesia di Orazio, tratta dalle Odi, diventa l’occasione per riflettere sui concetti di durata e di immortalità. Cosa lasciamo a chi viene dopo? E’ un testo che mi affascina fin da quando studiavo al liceo, perché mi riconosco nei versi metaletterari di Orazio, nella sua dichiarazione programmatica di poesia. La poesia è una scommessa sull’immortalità. Un tentativo, profondamente umano, per vincere la morte, che tanto naturalmente ci spaventa, ma che, allo stesso tempo, dà slancio al nostro desiderio, alla nostra fame di vivere, perché ci dice che quello che facciamo, lo facciamo per l’eternità.

Exegi monumentum aere perennius… “Ho eretto un monumento più duraturo del bronzo”.

Questo verso è una smaliziata e perentoria dichiarazione di consapevolezza, una splendida dichiarazione d’amore e di fiducia nella poesia: nella sua capacità di durare ed essere atto di resistenza contro la fuga temporum.

Leggere Orazio, a 17 anni, è stato un esaltante riconoscimento: la lirica più bella di tutta l’età Augustea contiene il desiderio umanissimo dell’immortalità. Non omnis moriar – “Non morirò del tutto” – Orazio, come gli adolescenti, l’immortalità se la sentiva in tasca, oppure, da buon epicureo e da uomo, faceva naturalmente i conti con la morte. Solo che lui era anche e soprattutto poeta, anzi musarum vates, dunque affida la sua speranza di immortalità tutta alla poesia: pars mei vitabit Libitinam – “una parte di me eviterà la morte”.

L’ode 30, III libro, è il testo che passerei alla mia vicina di banco, perché c’è dentro quanto di più umano esista: la sfida con la morte, la speranza dell’immortalità. Solo che per il poeta, qui, c’è in gioco molto di più: c’è una scommessa col destino. Lo dice bene l’artista e performer Tiziana C’era Rosco in un suo post apparso su Facebook il 21 dicembre 2021: “credo che l’opera si realizzi nella vita, che un artista lavori tutta la vita al compimento dell’opera, un compito di un’insicurezza altissima perché nessuno glielo ha dato.” Seguire la vocazione per la scrittura è un dovere morale verso se stessi, una necessità, ma anche una responsabilità nei confronti del proprio dono. E’ un compito che il poeta assegna a se stesso e su cui scommette tutta la propria esistenza, la scoperta della propria identità, senza avere la certezza che gli altri sappiano riconoscere i suoi meriti (superbiam/quaesitam meritis) , noi diremmo senza la certezza di un pubblico, o forse – più bello – senza la certezza che la sua arte abbia, nel tempo, testimoni. Dicar […]/ princeps Aeolium carmen ad Italos / deduxisse modos – Allora, Orazio si rincuora da solo: “Si dirà che per primo ho trasportato la poesia eolica nei ritmi italici” e che per questo ego postera / crescam laude recens – io crescerò nella lode dei posteri vivo”.

Orazio si augura di durare nella memoria di tutti quelli che verranno dopo. La poesia, l’arte, sono concepite per durare, per resistere alla corrosione e alla corruzione del tempo e di ogni fenomeno erosivo: Non imber edax– “non la pioggia che tutto divora” aut innumerabilis /annorum series “né la serie degli anni che non si possono contare” possit diruere “potrà distruggere” il monumentum innalzato da Orazio. E noi? noi che cosa lasceremo? E’ la stessa domanda che si fa il poeta Sebastiano Aglieco davanti al quadro “L’anziana pescatrice” di John McGhie:

Se opere di questo tipo considerate come espressione di un realismo spicciolo, da cartolina, ci fossero giunte, per dire, dalla lontana Grecia, faremmo i salti di gioia. Il nostro desiderio di conoscere la realtà è talmente grande che qualcuno si è inventato un modo per animare le fotografie dei poeti e dei personaggi famosi dei grandi quadri. Diversamente mi chiedo se gli abitanti della terra dell’anno cinquemila non si annoierebbero davanti alla mole immisurabile delle immagini che la nostra epoca quotidianamente produce…

(Post Facebook 7/01/2022)

Quest’ode, letta in una classe del Duemillaeventidue, è anche uno straordinario invito a chiedersi che cosa dura di noi, qual è la pars che di noi vitabit Libitiniam? In un momento storico in cui niente sembra capace di durare, e in cui tutto viene rapidamente divorato e consumato: immagini, oggetti, relazioni…, cosa sottraiamo all’Aquilo inpotens – “l’impetuoso vento del Nord”? Ora che la tradizione e la cultura paiono smarrire il proprio valore e lentamente svuotarsi di senso e che il culto del nuovo sottrae peso alla gelosa conservazione del passato, inteso come patrimonio ricco e fecondo, eredità da custodire e consegnare a chi viene dopo di noi perché selezioni ciò che è prezioso e fondativo del futuro, cosa è monumentum slanciato verso la dimensione degli déi – regalique situ pyramidum altius “più alto della regale mole delle piramidi?”

Qual è la nostra scommessa per l’immortalità, o Melpomene?

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