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Informazioni su aliceserrao

Mi chiamo Alice Serrao e scrivo poesia. Questa è la cosa più importante da sapere su di me. Nel 2014 ho aperto il Blog Fiori di Porpora.

Musica, Arte e Poesia in Villa Burba

Domenica 10 Settembre, nella Sala delle Colonne di Villa Burba a Rho, si è tenuto un evento in cui note, pittura e poesia si sono intrecciati come segni di un linguaggio unitario, quello dell’espressione artistica.

Il pittore Maurizio Bondesan è stato presente con tre sue opere appartenenti ad un lavoro di più ampio respiro sul tema dell’Hortus Conclusus sul quale abbiamo condiviso riflessioni e spunti creativi, in un percorso ancora in divenire.

Come accaduto in precedenti dialoghi artistici, la sinergia del confronto ha dato luogo a versi poetici che si intrecciano nel gesto pittorico.

#013. Chandra Livia Candiani: Le stelle nel deserto

L’ombelico è la nostra ferita
la ferita di essere al mondo
senza spiegazione di cielo: schianto
del pane precipitato nel deserto.
Poi la sabbia.
Molto soli siamo.
E manchiamo.
Sempre manchiamo.
E’ il segno della legatura
per mancare. Sempre.
Così ruotiamo in cerca di luce
d’intero.
Dove ruotano i numeri
nel nero tra le stelle
sei raggiante.

(da Chandra Livia Candiani, La domanda della sete 2016-2020, Einaudi 2020).

Un uomo è definito non solo da ciò che fa, ma soprattuto da ciò che gli manca. Perché ciò di cui sente la mancanza diviene motore del suo desiderio e lo orienta nella vita. Lo spiega bene Massimo Recalcati nel suo splendido saggio “La forza del desiderio” (Qiqajon Edizioni, 2014), nel quale analizza come il desiderio sia una forza incontrollabile che attraversa l’essere umano e lo spinge, soprattutto in adolescenza, a una rottura con ciò che ha rappresentato il confine d’orizzonte dell’infanzia. Realizzare un desiderio, una vocazione, equivale spesso a tradire e deludere le aspettative che altri hanno costruito su di noi. Per queste ragioni, Recalcati dice che “il dono più grande della genitorialità è, come Abramo, è affidare il figlio al deserto” che diviene metafora dell’esistenza.

Chandra Livia Candiani spiega lo stesso abbandono con un verso “schianto / del pane precipitato nel deserto” che ha in sé il richiamo a un nutrimento essenziale e a un luogo fortemente simbolico, con richiami anche biblici, perché il deserto è il luogo della solitudine e dell’erranza, della vita messa alla prova. Ma l’attraversamento del deserto, ce lo insegna la lettura escatologica delle Sacre Scritture, è figura anche della liberazione.

Dunque l’uomo, quando nasce, manca inevitabilmente di qualcosa, e porta nel corpo la ferita del taglio ombelicale a memento di un’altra ferita, quella ontologica, che gli ricorda d’essere sempre “in cerca di luce / d’intero”. Separato come ci racconta anche Platone nel Simposio, eternamente alla ricerca di un amore che sappia restituirlo a una pace pre-natale. “Soli” “manchiamo” ribadisce la poetessa.

Nella raccolta “Il corpo battello” ogni parte del corpo diventa protagonista di una riflessione condotta tramite legami sintattici sorprendenti e a tratti spiazzanti, con un uso delle parole mai scontato ma nuovo negli accostamenti semantici. In questa poesia è l’ombelico la traccia concreta da cui parte il discorso poetico che nei versi conclusivi sembra suggerire che “tra le stelle” nel nero del cielo “senza spiegazione” (l’etimologia della parola desiderio ci insegna che de-siderus significa proprio “lontananza dalla propria stella”) un tu “raggiante” orienti il cammino.

Alice Serrao

#012.Roberto Mussapi: Le voci nella segreteria

Le voci che parlano all’una di notte

Le voci che parlano all’una di notte
alla segreteria telefonica,
quella un po’ alcolica dell’amico che chiama da una festa,
quella dall’accento tedesco che evoca campi,
quella di tanti che non conosci,
poi la madre, in una città lontana su un altopiano,
mentre tu sei distante e percepisci la notte
e la commistione delle voci riudite
e di quelle che nel tempo diurno ti parlarono,
al telefono, o solo dentro di te, i persi,
i tuoi morti o le voci viventi che ti svegliarono
dal sonno delle basse pressioni, dal sottovivere,
che ti chiamò dall’ombra sollevandoti nella luce e nel respiro,
tutti presenti e vocanti nel ricordo
di un tasto appena spento.
Non solo la loro voce, la voce impressa,
le altre, quelle che ti fecero diurno e perenne
mentre sciamano le automobili nel silenzio,
e i fari accesi custodiscono il buio,
la radio, l’abitacolo, l’altra voce.

(da R. Mussapi, La polvere e il fuoco, Mondadori 1997)

Nella segreteria telefonica ci sono dei messaggi. Ci sono le voci di quelli che hanno parlato con me quando non ero in casa. C’è la voce di mia madre: chiede notizie, si assicura che stia bene, che abbia mangiato. Dice: baci. Dice: richiama. Dopo c’è la voce registrata di una centralinista da un Call Center, propone promozioni vantaggiose per pagare meno la linea fissa, sciorina tariffe nell’italiano che reca l’inflessione dell’est. La sua è una voce registrata che parla dopo il mio segnale acustico. Un dialogo tra registratori. Una conversazione senza scambio. Un dialogo che in realtà non sta avvenendo: sono parole in differita. “Non sono in casa, lasciate un messaggio”. La più straniera, tra tutte le voci ascoltate, resta comunque la mia.

  • “Clara, mi senti, Clara?” “Si” fece lei con un tenero bisbiglio “ti sento….Ma sei sicuro che gli altri se ne siano tutti andati?”. “Tutti meno uno” rispose lui bonario “meno uno che finora è stato tutto il tempo ad ascoltare ma non ha mai aperto la bocca.”.
Ero io. Col batticuore, misi giù immediatamente la cornetta. –

(D. Buzzati, Sciopero dei telefoni)

Nel racconto di Buzzati le voci si intrecciano e le conversazioni corrono lungo i fili telefonici, sovrapponendosi; ma a differenza di quanto accade in questo testo di Mussapi dialogano in diretta. Nella poesia, invece, c’è l’io del poeta che resta in ascolto: le voci che si susseguono nella segreteria dicono parole passate, ma conservano il carattere di permanenza. Sono sempre lì, in agguato “nel ricordo /di un tasto appena spento”.
Resta “la voce impressa” dei vivi, quelli che “nel tempo diurno ti parlarono”, ma anche quella dei morti, di chi non c’è più, e pure continua a chiamare “dall’ombra” “o solo dentro di te”.
“Mentre tu sei distante” una commistione di voci parla con la segreteria: è una distanza fisica e metafisica, perché lo spazio e il tempo, collegati, subiscono la medesima distorsione. La voce dei vivi, “quella un po’ alcolica dell’amico che chiama da una festa” ci rimanda, coi suoi sottofondi, a un luogo in cui evidentemente non siamo e non siamo stati. La voce viaggia nell’aria, resta sospesa sotto forma di onde, e poi si ricompone nella sua familiarità umana dentro il nostro orecchio, altrove rispetto al luogo in cui è nata. La voce dei morti, invece, resta imprigionata nella registrazione, gira a nastro, ci desta all’improvviso “dal sonno […], dal sottovivere”. Evoca altro. Alla fine di tutti i messaggi registrati ce n’è uno, nella mia segreteria, che mi invita eternamente a pranzo. E’ per questo che ho scelto questa poesia.

Per il mistero della voce, di ciò che attraverso la realtà ci chiama dall’interno, quello che Buzzati chiama “l’enigma” e Mussapi “l’altra voce”.