di Alice SERRAO
Strinsi le mani sotto il velo oscuro…
“Perché oggi sei pallida?”
Perché d’agra tristezza
l’ho abbeverato fino ad ubriacarlo.
Come dimenticare? Uscì vacillando,
sulla bocca una smorfia di dolore…
Corsi senza sfiorare la ringhiera,
corsi dietro di lui fino al portone.
Soffocando, gridai: “È stato tutto
uno scherzo. Muoio se te ne vai”.
Lui sorrise calmo, crudele
e mi disse: “Non startene al vento”.
Questa è la poesia con cui ho incontrato, per la prima volta, Anna Achmatova.
La scena appare nitida davanti allo sguardo: sono loro due, i soliti, sono due amanti nell’affezione della consuetudine, si conoscono da sempre. Per questo lei stringe le mani “sotto il velo oscuro”, una sottrazione volontaria, sofferta. Quello che non può nascondere, invece, è il pallore. Presagio doloroso che lui riconosce nuovo, di “oggi” e si preoccupa, la interroga.
La risposta di lei è un a margine al lettore: “l’ho abbeverato fino ad ubriacarlo”, un verso bellissimo che ha la lucidità dell’avvelenamento. Mentre la rivelazione resta parola indicibile, l’omissione del discorso diretto, usato altrove, e i punti sospensivi indicano la mancata comunicazione e ampliano l’intensità della reticenza. Si avverte la stessa potenza di “E la sventurata rispose” di Manzoni.
Lui è ebbro di tristezza. Preso alla sprovvista, vacilla nel disorientamento; forse si sostiene alla ringhiera, trafitto. Ha visto sotto il velo, come Catullo a Lesbia, anche lui può dire: “Nunc te cognovi”. La conoscenza passa per il dolore. Il sentimento implode, misuratamente, nei versi.
Subito dopo, lei ci ha ripensato. Non che abbia effettivamente cambiato idea. Più che altro non riesce a resistere al contraccolpo che ha sprigionato. Grida e soffoca, si scarmiglia, lo vuole trattenere con un gesto da eroina, una battuta da commedia romantica: l’iperbole che ogni amore comporta: “Muoio, se te ne vai”. Tutto è stato uno “scherzo”. Forse un mattino andando… la verità sbirciata è così desolante da meritarsi una maschera.
Lui è più lucido, accetta l’abbandono, come Enea aveva accettato il suo destino. Nessuno dei due torna indietro; così entrambi appaiono “crudeli”, mentre risuona “Mene fugit?” e la rabbia di Didone già declina in preghiera.
Si alza il vento, si gonfiano le vele delle navi, Enea parte ignaro. Nei versi dell’Achmatova, invece, lui ha un ultimo confortevole gesto di premura: entra, non prendere freddo…