#04.Il giardino segreto di Glück

Settembre è il mese degli inizi, ma segna anche la fine dell’estate. Settembre ha la dolcezza nostalgica del cielo che trascolora, e assomiglia al miele denso, alla resina che profuma e incastra. Per questo mese, sulla mia rubrica del Blog della Casa della Poesia del Trotter, ho scelto “I gigli bianchi” della poetessa premio Nobel 2020.

Un uomo e una donna che fanno tra loro un giardino.

Un uomo e una donna “indugiano” in una sera alla fine dell’estate. Prendono tempo, dilatano il più possibile la distanza che li separa dalla fine. Hanno paura di arrivare al momento del congedo, all’addio. E il loro terrore di separarsi è sudore freddo, è rugiada, è guazza della sera. D’altronde, loro sanno che tutto “è passibile / di devastazione”, che “Tutto, tutto / può essere perduto”.
La temperatura di questo testo è mite e nostalgica, come il passo di settembre che conclude lo splendore fulvo dell’estate e agita il mare nell’ansietà dei ritorni.
“Zitto amore. Non mi importa […] in questa unica estate siamo entrati nell’eternità. / Ho sentito le tue due mani seppellirmi” forse in quello stesso giardino che è “un lenzuolo di stelle”. Il sudario degli amanti.
La poetessa intima al compagno un silenzio appassionato. Dice: non importa se tutto deve essere, alla fine, restituito, perché anche nel compiersi dell’abbandono, nello svuotamento, la morte sprigiona splendore. Qualcosa resta salvo nell’eternità. Non c’è disperazione in questi versi, ma coscienza del limite posto alla durata delle esperienze umane. “Alla fine del mio soffrire / c’era una porta” scrive la Gluck in apertura alla prima poesia della raccolta.
C’è, nel gesto finale delle mani, uno scambio tra vita e morte, il perpetuarsi ciclico delle stagioni, la metamorfosi: infatti, le mani che seppelliscono ricalcano il lavoro del giardiniere che interra i bulbi, affinché fioriscano. Il seme che si spacca sotto terra conosce la liberazione dalla materia, il letargo assopito nel terriccio umido, la potenza del virgulto che sboccia.
Il giardino è il vero spazio poetico della Gluck, il grimaldello d’accesso alla sua riflessione letteraria: la percezione del conflitto tra tempo ed eternità. Il giardino che fanno insieme un uomo e una donna allude all’atto della creazione e la stessa figura del poeta-giardiniere a tratti si confonde con l’idea di un creatore, di un demiurgo che non sconfina nella religione; è il locus amoenus del matrimonio non ancora giunto sul crinale, è l’eden perduto, quasi la naturale conclusione di quell’erotico toccarsi che è già thanatos.
Ma sopratutto, come accade per Mary in Il giardino segreto di F. H. Burnett, è il valore di prendersi cura, di addentrarsi nella lucida analisi di sé a partire dalla natura.

Alice Serrao