#013. Chandra Livia Candiani: Le stelle nel deserto

L’ombelico è la nostra ferita
la ferita di essere al mondo
senza spiegazione di cielo: schianto
del pane precipitato nel deserto.
Poi la sabbia.
Molto soli siamo.
E manchiamo.
Sempre manchiamo.
E’ il segno della legatura
per mancare. Sempre.
Così ruotiamo in cerca di luce
d’intero.
Dove ruotano i numeri
nel nero tra le stelle
sei raggiante.

(da Chandra Livia Candiani, La domanda della sete 2016-2020, Einaudi 2020).

Un uomo è definito non solo da ciò che fa, ma soprattuto da ciò che gli manca. Perché ciò di cui sente la mancanza diviene motore del suo desiderio e lo orienta nella vita. Lo spiega bene Massimo Recalcati nel suo splendido saggio “La forza del desiderio” (Qiqajon Edizioni, 2014), nel quale analizza come il desiderio sia una forza incontrollabile che attraversa l’essere umano e lo spinge, soprattutto in adolescenza, a una rottura con ciò che ha rappresentato il confine d’orizzonte dell’infanzia. Realizzare un desiderio, una vocazione, equivale spesso a tradire e deludere le aspettative che altri hanno costruito su di noi. Per queste ragioni, Recalcati dice che “il dono più grande della genitorialità è, come Abramo, è affidare il figlio al deserto” che diviene metafora dell’esistenza.

Chandra Livia Candiani spiega lo stesso abbandono con un verso “schianto / del pane precipitato nel deserto” che ha in sé il richiamo a un nutrimento essenziale e a un luogo fortemente simbolico, con richiami anche biblici, perché il deserto è il luogo della solitudine e dell’erranza, della vita messa alla prova. Ma l’attraversamento del deserto, ce lo insegna la lettura escatologica delle Sacre Scritture, è figura anche della liberazione.

Dunque l’uomo, quando nasce, manca inevitabilmente di qualcosa, e porta nel corpo la ferita del taglio ombelicale a memento di un’altra ferita, quella ontologica, che gli ricorda d’essere sempre “in cerca di luce / d’intero”. Separato come ci racconta anche Platone nel Simposio, eternamente alla ricerca di un amore che sappia restituirlo a una pace pre-natale. “Soli” “manchiamo” ribadisce la poetessa.

Nella raccolta “Il corpo battello” ogni parte del corpo diventa protagonista di una riflessione condotta tramite legami sintattici sorprendenti e a tratti spiazzanti, con un uso delle parole mai scontato ma nuovo negli accostamenti semantici. In questa poesia è l’ombelico la traccia concreta da cui parte il discorso poetico che nei versi conclusivi sembra suggerire che “tra le stelle” nel nero del cielo “senza spiegazione” (l’etimologia della parola desiderio ci insegna che de-siderus significa proprio “lontananza dalla propria stella”) un tu “raggiante” orienti il cammino.

Alice Serrao

#011.Tiziana Cera Rosco – il Corpo e la forma del testo

Questo mese, per la rubrica “Poesie Sottobanco”, esce sul Blog del Trotter il mio articolo sulla poesia dell’artista Tiziana Cera Rosco. Una poesia che sento particolarmente vicina. Vi invito alla lettura del mio articolo e a quella della bella intervista uscita per la rivista “Il SegnoOnline”.

In seguito ad un profondo sonno
In seguito ad un ribaltamento
Come al termine di un isolamento delle immunità
Chiedimi se durante l’ultima malattia
Avevo toccato una parete rovente
L’accesso ad una continua produzione di mondi
Non è come la luce nell’acqua l’infanzia
Un’elettricità risucchia velocemente il nettare dai fiori
E i giorni dei cedimenti reimpastano la loro avarìa
Tentano di riempire la frase che non si è più rivelata
Neanche la sera del nostro reale disinganno
Chiedimi se quella poesia a cui stavo accedendo
Si trova ora in lutto in tutto l’universo
E conduce la nostra decifrabili attraversano un disordine mentale
Un’attività di trasmissione a diverse frequenze
Che distorce l’onda del chiedimi: “Tiziana dove oscilli?”
Quali parole userò più con i miei figli
Se il mio allontanamento devo lasciarlo andare
Nello strano sottilissimo di una conversazione apparente
Mentre pneumaticamente gli occhi vibrano un bianco folgorante
Un mutismo sprigionato dalle ossa delle sante
Usa le parole che avevo forgiato per te, i fatti decisivi
Allèati col mio destino come un Medioevo
Fammi vedere la forma umana del mio testo
Parlala con me in questo isolamento dalle immunità
I cristallini, i vitrei, i fuochi
Ficcami nelle mani gli occhi con cui ti ho illuminato
Perché se pianto un chiodo oggi, se lo pianto
Se decido di battere metallo su metallo
Gli stipiti delle ciglia grondano tutta una diagnosi del mondo.

Ho toccato una parete rovente.

Non è come la luce nell’acqua l’infanzia.

Una trasmissione a diverse frequenze ci conduce
Attraverso un disordine mentale
In tutto l’universo c’è una poesia da cui sono decifrabile – lo so –
L’ho toccata, era rovente,
Una Malattia Massima a cui dovevo arrivare da bambina
In seguito ad un profondo sonno, un Disordine
Eccola
Prenditi cura dei miei figli, tocca loro gli occhi
Chiedimi solo se devo lasciarla andare
Se è questo il fatto decisivo
Se lo spettro che sono oggi tra i vivi e i morti
È la magra forma umana del mio testo.

Chiedimelo.
Fammi dire No.

(T. Cera Rosco, Corpo finale, LietoColle, “Gialla Oro”, 2019)

La poesia di Tiziana Cera Rosco non è una poesia di facile accesso; essa richiede tempo per immergersi dentro il linguaggio, lasciando che questo ci conduca in una “continua produzione di mondi” e, alla fine, dopo averci fatto attraversare “a diverse frequenze” “un disordine mentale”, ci conduce alla soglia di un disinganno o di una decifrazione.

Una trasmissione a diverse frequenze ci conduce
Attraverso un disordine mentale
In tutto l’universo c’è una poesia da cui sono decifrabile – lo so

Il testo è, a tutti gli effetti, un corpo poetico, la trascrizione di un’esperienza totale: la poesia traduce lo spostamento elettrico, la fisica dei neutrini, la metafisica del divino, fissa su carta la “diagnosi del mondo”, la forma impressa dalla vita sulle cose e dalle cose su di noi, dopo l’incontro. Dopo un “fatto decisivo” che lascia sovraesposti, perché il sentire dell’artista è “un’attività di trasmissione a diverse frequenze” che provoca smottamento, ustione.

Fammi vedere la forma umana del mio testo

L’artista ha mani occhi e pelle con cui sente la realtà a un grado più elevato, è un’intensità che lo rende destinatario privilegiato d’un dono, una maggiore consapevolezza nell’abitare la vita, un sonar da pipistrello – direbbe la Spaziani – per captare l’ultrasuono dell’universo. Ma questo implica anche la passione, la collisione con le cose, che toccate, lasciano la traccia, la stigmate del chiodo che àncora la santità della salvezza alla carnalità dell’umano dentro la Storia; sentire la poesia brucia: “Avevo toccato una parete rovente”. La Spaziani sosteneva che nel poeta restasse visibile la sua lotta con l’angelo.

C’è nella poesia di Tiziana Cera Rosco un aspetto fortemente materico che si coniuga con la sua esperienza di artista: il corpo nudo degli autoritratti fotografici, o quello che si sporca dentro i calchi di gesso rispondono alla stessa esigenza di ricerca, d’espressione. Nella solitudine dei luoghi Lei cerca una forma di dislocazione e allontanamento: scava nei propri organi per diventare cava, vuota, ripulita da ogni forma di sentimento, persegue una forma di “immunità” dallo scorrere ordinato e piano, non intimamente creativo, delle giornate, perché solo così può riempirsi d’altro, risuonare.
Questa è la fase preliminare dei lavori, degli studi, quella in cui si immagazzinano stimoli, si osservano coccinelle sui piatti, nodi d’albero, venature; in cui ci si pone in ascolto, come dice Celan della citazione in esergo alla sezione “Così poco destino nei vostri sguardi” in cui questa poesia è compresa, perché “la poesia è un dono fatto agli attenti”. E’ “Qui” – avverbio caro a Tiziana Cera Rosco – che qualcosa di atteso ma non ancora rivelato si imprime, come tentativo, domanda per diventare voce più avanti, ed essere ricollocato, congiunto dentro un dialogo più ampio. O se non succede resta “una frase che non si è più rivelata”, un’interruzione del venire al mondo: “la sera del nostro reale disinganno / Chiedimi se quella poesia a cui stavo accedendo / si trova ora in lutto in tutto l’universo”.
“Tiziana dove oscilli?”

“Quali parole userò più con i miei figli” che insieme all’amato T. compaiono come Y. e K., destinatari di un colloquio, di conversazioni che non possono mai essere scontate. C’è un disagio, infatti, nella scollatura, nelle parole che non aderiscono alla verità che stiamo cercando, diventa difficile stare con le cose in una posa che non corrisponde alla folgorazione che abbiamo davanti agli occhi in quel momento.

“Chiedimelo.
Fammi dire NO.”

C’è poi un atto di resistenza nella chiusa. “Lo spettro che sono oggi tra i vivi e i morti”, questa Persefone che si divide tra la primavera di superficie e gli inferi, non si disgrega dopo il “sonno” e la “Malattia Massima” d’una sofferenza privata, conserva unità nel riconoscere il proprio sé, in apparenza, dentro lo specchio: “fammi vedere la forma umana del mio testo”.

La poesia è prima di tutto un accadimento, un’esperienza, durante la quale, la mente tocca uno stato d’alterazione, accede a un altrove, dopo aver attraversato l’entropia dell’universo. L’esperienza del poetico comporta lasciarsi perforare dalla luce come l’acqua (luoghi dell’infanzia), mentre l’essere profondamente “qui”, presenti, implica essere fuori di sé, dislocati, per diventare conduttori d’elettricità nuove e ricomporre nel linguaggio quella “trasmissione a diverse frequenze”.

Alice Serrao