#010.Claribel Alegrìa: l’incontro inatteso

L’incontro con la poesia ha la dimensione del non atteso: è una sera di primo autunno, che manca poco a mezzanotte e tolgo dalla borsa 80 pagine di un libro piccolo che ho comprato poche sere prima. Il numero 43 sul dorso della copertina mi viene in mente nella penombra dell’abat-jour, forse dovrei giocarlo alla fortuna. Stempero con le mani la rigidità del libro nuovo: questa fame recente che mi spinge a piegarli e infrangerli, i libri, per sentire la fisicità dell’oggetto, per prendere confidenza con il volume.
Qualche poesia la conosco già: ho preso parte al reading in ricordo della poetessa, Claribel Alegrìa e ho letto io stessa due dei suoi testi nella traduzione italiana.
Tuttavia è più tardi, nell’intimità della stanza “tutta per me” che il dialogo con questo “Voci” (Samuele editore, 2015) rivela il suo tesoro, schiude alla lettura due versi di quelli che sono un faro aperto nella combinazione della memoria, due versi che non te li scordi più e che mi fanno venire la voglia di scrivermeli sulla pelle interna della borsa di scuola, per rileggermeli sempre, per tenermeli dietro e sotto gli occhi, per farli leggere agli altri.

“Sono alte le colonne dei miei sogni
a piedi nudi vanno verso il canto”

da C.Alegrìa, Anillo de Silencio in Voci (Samuele editore, 2015)

L’altezza della poesia è una conquista; implica disossare le parole alla ricerca di quella callida iunctura, di quella misurata eleganza, che le porti a nuove vette. Implica la “cortigiana sprezzatura” in cui si cela la fatica di questo labor limae. Il territorio della poesia è suolo sacro: un pomerium da valicare disarmati, nudi nei piedi, perché liberi, nudi ed esposti come dice quel verso che tanto amo della Pozzi… “Guardami…” Sono colonne d’Ercole: al di qua c’è il noto, al di là solo l’intuizione, la foresta di simboli. E tutto, tutto, muove verso il canto.

Alice Serrao

Settembre

da A. Serrao “Linea di cattedra” (Samuele editore, 2021)

Ai cancelli – come cresce l’erba in sei

mesi, i ragazzi hanno forme ritrovate e

sconosciute. Due ruote delle bici innescano

da capo il linguaggio di settembre; 

si inerpicano le edere fuligginose, alcuni

non erano ancora stati fiori e si sperimentano

la voce di maggio cambiata nei pomi

di questi nuovi Adamo. 

                                     Suona per loro

la campana degli ingressi scaglionati,

ridente per dieci minuti.

#08.Merini: Montagne e Moscerini

O poesia, non venirmi addosso,
sei come una montagna pesante,
mi schiacci come un moscerino;
poesia non schiacciarmi,
l’insetto è alacre e insonne,
scalpita dentro la rete,
poesia, ho tanta paura,
non saltarmi addosso, ti prego.

da Fiore di poesia, a cura di M. Corti, Einaudi.

Questa rubrica, ho sempre ricordato, nasce dal desiderio semplice e onesto di condividere una poesia bella con qualcun altro, come accade a un ragazzo che tra le file dei banchi allunghi di nascosto un biglietto al vicino. Un gesto per dire: guarda! Una poesia da trascrivere sui diari che non si usano più, nemmeno tra le ragazze.
A volte, però, capita anche qualcosa che sorprende: la ragazza che passa di mano la poesia la consegna a me, ribalta i ruoli: i ruoli si ribaltano sempre. Sul foglietto che srotolo nel mese di maggio c’è Alda Merini: sono versi di una poesia che conosco, ma che ora riscopro, come emergessero da una dimenticanza, con la forza d’una rivelazione nuova.
La capisco bene Alda, perché davanti alla poesia è facile sentirsi moscerini, minuscoli essersi svolazzanti, inadeguati a trascrivere degnamente la voce della musa. Baudleaire scriveva che il poeta è un albatros; tra moscerino e albatros passa una grande differenza d’apertura alare…ma testimoniano entrambi la stessa inadeguatezza. Alda, questa inadeguatezza, se la sentiva cucita addosso fin da giovanissima, quando non venne presa al Liceo Classico e fu obbligata dal padre a intraprendere gli studi professionali. In seguito, anche la distanza tra la donna che sentiva di essere e il modello femminile che, invece, veniva chiamata a incarnare la confermerà in questa percezione di sé: eternamente fuori luogo.
D’altronde la poesia stessa è un “fuori luogo”, come lo erano la casa di Turro e il Paolo Pini. Come si fa a sopportare l’esperienza violenta dell’alienazione da sé e poi ad abitare la realtà, a rispettare le convenzioni sociali, a trovare un senso? Come la Pizia che sente fino alle viscere la voce di Apollo che la squassa, la poesia fa conoscere una dismisura, lascia intuire una dimensione visionaria. Come si fa, dopo avere visto, a non sentirsi scalpitanti nella rete delle piccole cose anguste, del quotidiano?
L’inquietudine del poeta è sempre quella di Leopardi, la spaventevole contraddizione di sapere la propria finitudine e di sentire acutamente la vocazione all’infinito. Nella paura di Alda c’è l’umanità del poeta. La poesia è parola salda e dirompente, è lo sguardo a strapiombo sul vuoto e sulle cose, è capace di ordinarle, di tenere insieme il mondo di fuori e il mondo di dentro, affinché non si disgreghino in una frattura irrimediabile. Ma nella tensione tra i tiranti la poesia si fa percepire tutta come una montagna, cha avvicina al cielo e allo stesso tempo schiaccia. Così è bellissima la parola “addosso” che dice l’incombenza della poesia, musa improvvisa in imprevista visita, e il terrore dell’esserne travolti. La poesia è come il Sublime per l’Anonimo: questo spavento, questa fascinazione.

Alice Serrao