#011.Tiziana Cera Rosco – il Corpo e la forma del testo

Questo mese, per la rubrica “Poesie Sottobanco”, esce sul Blog del Trotter il mio articolo sulla poesia dell’artista Tiziana Cera Rosco. Una poesia che sento particolarmente vicina. Vi invito alla lettura del mio articolo e a quella della bella intervista uscita per la rivista “Il SegnoOnline”.

In seguito ad un profondo sonno
In seguito ad un ribaltamento
Come al termine di un isolamento delle immunità
Chiedimi se durante l’ultima malattia
Avevo toccato una parete rovente
L’accesso ad una continua produzione di mondi
Non è come la luce nell’acqua l’infanzia
Un’elettricità risucchia velocemente il nettare dai fiori
E i giorni dei cedimenti reimpastano la loro avarìa
Tentano di riempire la frase che non si è più rivelata
Neanche la sera del nostro reale disinganno
Chiedimi se quella poesia a cui stavo accedendo
Si trova ora in lutto in tutto l’universo
E conduce la nostra decifrabili attraversano un disordine mentale
Un’attività di trasmissione a diverse frequenze
Che distorce l’onda del chiedimi: “Tiziana dove oscilli?”
Quali parole userò più con i miei figli
Se il mio allontanamento devo lasciarlo andare
Nello strano sottilissimo di una conversazione apparente
Mentre pneumaticamente gli occhi vibrano un bianco folgorante
Un mutismo sprigionato dalle ossa delle sante
Usa le parole che avevo forgiato per te, i fatti decisivi
Allèati col mio destino come un Medioevo
Fammi vedere la forma umana del mio testo
Parlala con me in questo isolamento dalle immunità
I cristallini, i vitrei, i fuochi
Ficcami nelle mani gli occhi con cui ti ho illuminato
Perché se pianto un chiodo oggi, se lo pianto
Se decido di battere metallo su metallo
Gli stipiti delle ciglia grondano tutta una diagnosi del mondo.

Ho toccato una parete rovente.

Non è come la luce nell’acqua l’infanzia.

Una trasmissione a diverse frequenze ci conduce
Attraverso un disordine mentale
In tutto l’universo c’è una poesia da cui sono decifrabile – lo so –
L’ho toccata, era rovente,
Una Malattia Massima a cui dovevo arrivare da bambina
In seguito ad un profondo sonno, un Disordine
Eccola
Prenditi cura dei miei figli, tocca loro gli occhi
Chiedimi solo se devo lasciarla andare
Se è questo il fatto decisivo
Se lo spettro che sono oggi tra i vivi e i morti
È la magra forma umana del mio testo.

Chiedimelo.
Fammi dire No.

(T. Cera Rosco, Corpo finale, LietoColle, “Gialla Oro”, 2019)

La poesia di Tiziana Cera Rosco non è una poesia di facile accesso; essa richiede tempo per immergersi dentro il linguaggio, lasciando che questo ci conduca in una “continua produzione di mondi” e, alla fine, dopo averci fatto attraversare “a diverse frequenze” “un disordine mentale”, ci conduce alla soglia di un disinganno o di una decifrazione.

Una trasmissione a diverse frequenze ci conduce
Attraverso un disordine mentale
In tutto l’universo c’è una poesia da cui sono decifrabile – lo so

Il testo è, a tutti gli effetti, un corpo poetico, la trascrizione di un’esperienza totale: la poesia traduce lo spostamento elettrico, la fisica dei neutrini, la metafisica del divino, fissa su carta la “diagnosi del mondo”, la forma impressa dalla vita sulle cose e dalle cose su di noi, dopo l’incontro. Dopo un “fatto decisivo” che lascia sovraesposti, perché il sentire dell’artista è “un’attività di trasmissione a diverse frequenze” che provoca smottamento, ustione.

Fammi vedere la forma umana del mio testo

L’artista ha mani occhi e pelle con cui sente la realtà a un grado più elevato, è un’intensità che lo rende destinatario privilegiato d’un dono, una maggiore consapevolezza nell’abitare la vita, un sonar da pipistrello – direbbe la Spaziani – per captare l’ultrasuono dell’universo. Ma questo implica anche la passione, la collisione con le cose, che toccate, lasciano la traccia, la stigmate del chiodo che àncora la santità della salvezza alla carnalità dell’umano dentro la Storia; sentire la poesia brucia: “Avevo toccato una parete rovente”. La Spaziani sosteneva che nel poeta restasse visibile la sua lotta con l’angelo.

C’è nella poesia di Tiziana Cera Rosco un aspetto fortemente materico che si coniuga con la sua esperienza di artista: il corpo nudo degli autoritratti fotografici, o quello che si sporca dentro i calchi di gesso rispondono alla stessa esigenza di ricerca, d’espressione. Nella solitudine dei luoghi Lei cerca una forma di dislocazione e allontanamento: scava nei propri organi per diventare cava, vuota, ripulita da ogni forma di sentimento, persegue una forma di “immunità” dallo scorrere ordinato e piano, non intimamente creativo, delle giornate, perché solo così può riempirsi d’altro, risuonare.
Questa è la fase preliminare dei lavori, degli studi, quella in cui si immagazzinano stimoli, si osservano coccinelle sui piatti, nodi d’albero, venature; in cui ci si pone in ascolto, come dice Celan della citazione in esergo alla sezione “Così poco destino nei vostri sguardi” in cui questa poesia è compresa, perché “la poesia è un dono fatto agli attenti”. E’ “Qui” – avverbio caro a Tiziana Cera Rosco – che qualcosa di atteso ma non ancora rivelato si imprime, come tentativo, domanda per diventare voce più avanti, ed essere ricollocato, congiunto dentro un dialogo più ampio. O se non succede resta “una frase che non si è più rivelata”, un’interruzione del venire al mondo: “la sera del nostro reale disinganno / Chiedimi se quella poesia a cui stavo accedendo / si trova ora in lutto in tutto l’universo”.
“Tiziana dove oscilli?”

“Quali parole userò più con i miei figli” che insieme all’amato T. compaiono come Y. e K., destinatari di un colloquio, di conversazioni che non possono mai essere scontate. C’è un disagio, infatti, nella scollatura, nelle parole che non aderiscono alla verità che stiamo cercando, diventa difficile stare con le cose in una posa che non corrisponde alla folgorazione che abbiamo davanti agli occhi in quel momento.

“Chiedimelo.
Fammi dire NO.”

C’è poi un atto di resistenza nella chiusa. “Lo spettro che sono oggi tra i vivi e i morti”, questa Persefone che si divide tra la primavera di superficie e gli inferi, non si disgrega dopo il “sonno” e la “Malattia Massima” d’una sofferenza privata, conserva unità nel riconoscere il proprio sé, in apparenza, dentro lo specchio: “fammi vedere la forma umana del mio testo”.

La poesia è prima di tutto un accadimento, un’esperienza, durante la quale, la mente tocca uno stato d’alterazione, accede a un altrove, dopo aver attraversato l’entropia dell’universo. L’esperienza del poetico comporta lasciarsi perforare dalla luce come l’acqua (luoghi dell’infanzia), mentre l’essere profondamente “qui”, presenti, implica essere fuori di sé, dislocati, per diventare conduttori d’elettricità nuove e ricomporre nel linguaggio quella “trasmissione a diverse frequenze”.

Alice Serrao

#010.Claribel Alegrìa: l’incontro inatteso

L’incontro con la poesia ha la dimensione del non atteso: è una sera di primo autunno, che manca poco a mezzanotte e tolgo dalla borsa 80 pagine di un libro piccolo che ho comprato poche sere prima. Il numero 43 sul dorso della copertina mi viene in mente nella penombra dell’abat-jour, forse dovrei giocarlo alla fortuna. Stempero con le mani la rigidità del libro nuovo: questa fame recente che mi spinge a piegarli e infrangerli, i libri, per sentire la fisicità dell’oggetto, per prendere confidenza con il volume.
Qualche poesia la conosco già: ho preso parte al reading in ricordo della poetessa, Claribel Alegrìa e ho letto io stessa due dei suoi testi nella traduzione italiana.
Tuttavia è più tardi, nell’intimità della stanza “tutta per me” che il dialogo con questo “Voci” (Samuele editore, 2015) rivela il suo tesoro, schiude alla lettura due versi di quelli che sono un faro aperto nella combinazione della memoria, due versi che non te li scordi più e che mi fanno venire la voglia di scrivermeli sulla pelle interna della borsa di scuola, per rileggermeli sempre, per tenermeli dietro e sotto gli occhi, per farli leggere agli altri.

“Sono alte le colonne dei miei sogni
a piedi nudi vanno verso il canto”

da C.Alegrìa, Anillo de Silencio in Voci (Samuele editore, 2015)

L’altezza della poesia è una conquista; implica disossare le parole alla ricerca di quella callida iunctura, di quella misurata eleganza, che le porti a nuove vette. Implica la “cortigiana sprezzatura” in cui si cela la fatica di questo labor limae. Il territorio della poesia è suolo sacro: un pomerium da valicare disarmati, nudi nei piedi, perché liberi, nudi ed esposti come dice quel verso che tanto amo della Pozzi… “Guardami…” Sono colonne d’Ercole: al di qua c’è il noto, al di là solo l’intuizione, la foresta di simboli. E tutto, tutto, muove verso il canto.

Alice Serrao

#09.Montale. Quando l’idraulico è in vacanza

Il caldo sfiancante di questa estate ha richiamato tra i ricordi un fotogramma di “Baaria” di Tornatore: è la scena in cui Mannina s’affretta a chiudere le imposte e a spostare tutti i mobili del soggiorno verso le pareti, per fare spazio al centro della stanza. Sgombrato il soggiorno, si sdraia e fa sdraiare i figli, con la pancia e l’orecchio rivolti al pavimento: solo così possono trovare refrigerio dall’onda d’afa che investe le case e le vie di questa assolata Sicilia. 

L’immobilità che si respira è la stessa che s’avverte davanti a “Il muro bianco” di Fattori: la canicola che non si cura dell’ombra stampata sullo “scalcinato muro” montaliano. 

Nell’ora del meriggio anche i pensieri rallentano, si dilatano; è l’estate piena delle città d’asfalto, delle metropoli che non dormono o che a dormire ci provano, resistendo al ronzio infestante delle zanzare, che odorano dalla pelle il buono del sangue. L’estate delle grandi speranze : la stagione in cui si ripongono verbi al futuro, come “farò” e “andrò”, imprese che sono state posticipate nell’attesa di avere finalmente “tempo per”, ma che si risolvono, come da spot pubblicitario, nella tranciante esclamazione del “fa caldo!”, mentre le pale del ventilatore o lo sventolare della mano concedono un sollievo breve.

Siamo ai primi di luglio e già il pensiero
è entrato in moratoria.Drammi non se ne vedono,
se mai disfunzioni.Che il ritmo della mente si dislenti,
questo inspiegabilmente crea serie
preoccupazioni.
Meglio si affronta il tempo quando è folto,
mezza giornata basta a sbaraccarlo.
Ma ora ai primi di luglio ogni secondo sgoccia
e l’idraulico è in ferie.


(Montale, Diario del ’71 e del ’72.)

“Il pensiero / è entrato in moratoria” e “il ritmo della mente si dislent[a]” rendendoci pigri alle risposte risolutive, indolenti alle iniziative, oziosi. E la mente così s’intorpidisce in un rimuginare inoperoso, s’annacqua. Perché “meglio si affronta il tempo quando è folto” e davvero “mezza giornata basta a sbaraccarlo”.

“Ma ora ai primi di luglio ogni secondo sgoccia / e l’idraulico è in ferie”. Una chiusa ironica ed arguta, che forse ammicca al titolo d’un altro famoso film, e in cui Montale sa dire in versi schietti questo lentissimo trascorrere del tempo, soprattutto di chi, a differenza dell’idraulico, non è in vacanza e osserva, fatalmente, il gocciare delle vedovelle in un luglio di siccità.

Alice Serrao