#08.Merini: Montagne e Moscerini

O poesia, non venirmi addosso,
sei come una montagna pesante,
mi schiacci come un moscerino;
poesia non schiacciarmi,
l’insetto è alacre e insonne,
scalpita dentro la rete,
poesia, ho tanta paura,
non saltarmi addosso, ti prego.

da Fiore di poesia, a cura di M. Corti, Einaudi.

Questa rubrica, ho sempre ricordato, nasce dal desiderio semplice e onesto di condividere una poesia bella con qualcun altro, come accade a un ragazzo che tra le file dei banchi allunghi di nascosto un biglietto al vicino. Un gesto per dire: guarda! Una poesia da trascrivere sui diari che non si usano più, nemmeno tra le ragazze.
A volte, però, capita anche qualcosa che sorprende: la ragazza che passa di mano la poesia la consegna a me, ribalta i ruoli: i ruoli si ribaltano sempre. Sul foglietto che srotolo nel mese di maggio c’è Alda Merini: sono versi di una poesia che conosco, ma che ora riscopro, come emergessero da una dimenticanza, con la forza d’una rivelazione nuova.
La capisco bene Alda, perché davanti alla poesia è facile sentirsi moscerini, minuscoli essersi svolazzanti, inadeguati a trascrivere degnamente la voce della musa. Baudleaire scriveva che il poeta è un albatros; tra moscerino e albatros passa una grande differenza d’apertura alare…ma testimoniano entrambi la stessa inadeguatezza. Alda, questa inadeguatezza, se la sentiva cucita addosso fin da giovanissima, quando non venne presa al Liceo Classico e fu obbligata dal padre a intraprendere gli studi professionali. In seguito, anche la distanza tra la donna che sentiva di essere e il modello femminile che, invece, veniva chiamata a incarnare la confermerà in questa percezione di sé: eternamente fuori luogo.
D’altronde la poesia stessa è un “fuori luogo”, come lo erano la casa di Turro e il Paolo Pini. Come si fa a sopportare l’esperienza violenta dell’alienazione da sé e poi ad abitare la realtà, a rispettare le convenzioni sociali, a trovare un senso? Come la Pizia che sente fino alle viscere la voce di Apollo che la squassa, la poesia fa conoscere una dismisura, lascia intuire una dimensione visionaria. Come si fa, dopo avere visto, a non sentirsi scalpitanti nella rete delle piccole cose anguste, del quotidiano?
L’inquietudine del poeta è sempre quella di Leopardi, la spaventevole contraddizione di sapere la propria finitudine e di sentire acutamente la vocazione all’infinito. Nella paura di Alda c’è l’umanità del poeta. La poesia è parola salda e dirompente, è lo sguardo a strapiombo sul vuoto e sulle cose, è capace di ordinarle, di tenere insieme il mondo di fuori e il mondo di dentro, affinché non si disgreghino in una frattura irrimediabile. Ma nella tensione tra i tiranti la poesia si fa percepire tutta come una montagna, cha avvicina al cielo e allo stesso tempo schiaccia. Così è bellissima la parola “addosso” che dice l’incombenza della poesia, musa improvvisa in imprevista visita, e il terrore dell’esserne travolti. La poesia è come il Sublime per l’Anonimo: questo spavento, questa fascinazione.

Alice Serrao

#07. Poesia Sottobanco – Esercizi di immortalità

di Alice Serrao

Questo è il mio nuovo articolo uscito per il blog del Trotter, nella rubrica “Poesie sottobanco”. La poesia di Orazio, tratta dalle Odi, diventa l’occasione per riflettere sui concetti di durata e di immortalità. Cosa lasciamo a chi viene dopo? E’ un testo che mi affascina fin da quando studiavo al liceo, perché mi riconosco nei versi metaletterari di Orazio, nella sua dichiarazione programmatica di poesia. La poesia è una scommessa sull’immortalità. Un tentativo, profondamente umano, per vincere la morte, che tanto naturalmente ci spaventa, ma che, allo stesso tempo, dà slancio al nostro desiderio, alla nostra fame di vivere, perché ci dice che quello che facciamo, lo facciamo per l’eternità.

Exegi monumentum aere perennius… “Ho eretto un monumento più duraturo del bronzo”.

Questo verso è una smaliziata e perentoria dichiarazione di consapevolezza, una splendida dichiarazione d’amore e di fiducia nella poesia: nella sua capacità di durare ed essere atto di resistenza contro la fuga temporum.

Leggere Orazio, a 17 anni, è stato un esaltante riconoscimento: la lirica più bella di tutta l’età Augustea contiene il desiderio umanissimo dell’immortalità. Non omnis moriar – “Non morirò del tutto” – Orazio, come gli adolescenti, l’immortalità se la sentiva in tasca, oppure, da buon epicureo e da uomo, faceva naturalmente i conti con la morte. Solo che lui era anche e soprattutto poeta, anzi musarum vates, dunque affida la sua speranza di immortalità tutta alla poesia: pars mei vitabit Libitinam – “una parte di me eviterà la morte”.

L’ode 30, III libro, è il testo che passerei alla mia vicina di banco, perché c’è dentro quanto di più umano esista: la sfida con la morte, la speranza dell’immortalità. Solo che per il poeta, qui, c’è in gioco molto di più: c’è una scommessa col destino. Lo dice bene l’artista e performer Tiziana C’era Rosco in un suo post apparso su Facebook il 21 dicembre 2021: “credo che l’opera si realizzi nella vita, che un artista lavori tutta la vita al compimento dell’opera, un compito di un’insicurezza altissima perché nessuno glielo ha dato.” Seguire la vocazione per la scrittura è un dovere morale verso se stessi, una necessità, ma anche una responsabilità nei confronti del proprio dono. E’ un compito che il poeta assegna a se stesso e su cui scommette tutta la propria esistenza, la scoperta della propria identità, senza avere la certezza che gli altri sappiano riconoscere i suoi meriti (superbiam/quaesitam meritis) , noi diremmo senza la certezza di un pubblico, o forse – più bello – senza la certezza che la sua arte abbia, nel tempo, testimoni. Dicar […]/ princeps Aeolium carmen ad Italos / deduxisse modos – Allora, Orazio si rincuora da solo: “Si dirà che per primo ho trasportato la poesia eolica nei ritmi italici” e che per questo ego postera / crescam laude recens – io crescerò nella lode dei posteri vivo”.

Orazio si augura di durare nella memoria di tutti quelli che verranno dopo. La poesia, l’arte, sono concepite per durare, per resistere alla corrosione e alla corruzione del tempo e di ogni fenomeno erosivo: Non imber edax– “non la pioggia che tutto divora” aut innumerabilis /annorum series “né la serie degli anni che non si possono contare” possit diruere “potrà distruggere” il monumentum innalzato da Orazio. E noi? noi che cosa lasceremo? E’ la stessa domanda che si fa il poeta Sebastiano Aglieco davanti al quadro “L’anziana pescatrice” di John McGhie:

Se opere di questo tipo considerate come espressione di un realismo spicciolo, da cartolina, ci fossero giunte, per dire, dalla lontana Grecia, faremmo i salti di gioia. Il nostro desiderio di conoscere la realtà è talmente grande che qualcuno si è inventato un modo per animare le fotografie dei poeti e dei personaggi famosi dei grandi quadri. Diversamente mi chiedo se gli abitanti della terra dell’anno cinquemila non si annoierebbero davanti alla mole immisurabile delle immagini che la nostra epoca quotidianamente produce…

(Post Facebook 7/01/2022)

Quest’ode, letta in una classe del Duemillaeventidue, è anche uno straordinario invito a chiedersi che cosa dura di noi, qual è la pars che di noi vitabit Libitiniam? In un momento storico in cui niente sembra capace di durare, e in cui tutto viene rapidamente divorato e consumato: immagini, oggetti, relazioni…, cosa sottraiamo all’Aquilo inpotens – “l’impetuoso vento del Nord”? Ora che la tradizione e la cultura paiono smarrire il proprio valore e lentamente svuotarsi di senso e che il culto del nuovo sottrae peso alla gelosa conservazione del passato, inteso come patrimonio ricco e fecondo, eredità da custodire e consegnare a chi viene dopo di noi perché selezioni ciò che è prezioso e fondativo del futuro, cosa è monumentum slanciato verso la dimensione degli déi – regalique situ pyramidum altius “più alto della regale mole delle piramidi?”

Qual è la nostra scommessa per l’immortalità, o Melpomene?

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#06.Maria Luisa Spaziani: biglietto di Natale

Lettera 1951

Natale non è altro che questo immenso
silenzio che dilaga per le strade,
dove platani ciechi
ridono con la neve,

altro non è che fondere a distanza
le nostre solitudini,
sopra i molli sargassi
stendere nella notte un ponte d’oro.

Sono qui, col tuo dono che m’illumina
di dieci stelle-lune,
trasognata guidandomi per mano
dove vibra un riverbero
di fuochi e di lanterne (verde e viola),
di girandole e insegne di caffè.

Van Gogh, Parigi azzurra…
Un pino a destra
per appendervi quattro nostalgie
e la mia fede in te, bianca cometa
in cima.

(Maria Luisa Spaziani, Le acque del sabato, Mondadori, Milano  1954)

Ho scelto questa poesia alla luce di due distinte ricorrenze: il ricordo di Maria Luisa Spaziani, la mia poetessa preferita, nata il 7 dicembre 1922 e l’Avvento del Natale.

Nella non piccola produzione letteraria che mette a tema il Natale, si incontra spesso il tema della solitudine, come in questi versi: “Natale… è …questo/ silenzio che dilaga per le strade”, in cui si rispecchia la condizione del poeta, vigile osservatore del proprio tempo. Mentre nel “gomitolo di strade” ci si affretta, ci si affolla nella vitale ricerca dei regali, dei pacchetti, nella gioia invadente e un po’ chiassosa delle luci, delle vetrine illuminate, la solitudine di chi non può condividere il giorno della festa si fa più stridente, più cupa, stigmatizza. In questi versi, tuttavia, non è presente angoscia, quanto invece la ricerca di un dialogo aperto nella notte, un “ponte d’oro”, prezioso dunque, che sappia “fondere a distanza/ le nostre solitudini”.

Il poeta è dentro la storia, dichiara “Sono qui, col tuo dono” – a metà del testo, questo verso è splendido! Nella distanza, c’è un dono che ricorda una presenza amica, e “mi guida per mano”, attraverso un percorso di “fuochi” fatui, come una “lanterna”, anzi, come la “bianca cometa/ in cima”, che orientò lo sguardo dei pastori. Come accade spesso nella Spaziani, la poesia si rivela piena di elementi che orientano (stelle, lune, lanterne, fuochi, insegne, cometa), ma qui non può sfuggire anche l’insistita presenza di aggettivi cromatici: il “ponte d’oro”, il “verde e viola” delle lanterne, “Parigi azzurra”, “bianca cometa”… mentre i platani, nominati in apertura, sono ciechi.

Valica la solitudine, sconforto dilagante anche del nostro tempo, un ponte di natura letteraria, che la Spaziani intreccia con la poesia Natale di Ungaretti. Infatti, oltre al ritmo musicale e al richiamo, in apertura, alle strade, c’è la chiusa: perché le “quattro nostalgie” non possono non rimandare alle “quattro/ capriole/ di fumo/ del focolare”.

Il dono che, in definitiva, illumina è atto di fede: inteso come fiducia nel seguire i segni che orientano la vita, affidamento alla concretezza della mano dell’altro che ci guida. Fede, però, intesa anche come fedeltà piena alla poesia (essa stessa dono), che trova nella luna e nelle stelle il proprio correlativo oggettivo, bussola, per la Spaziani, di un intero destino.

Alice Serrao