#05.Anna Achmatova: prove d’abbandono

di Alice SERRAO

Strinsi le mani sotto il velo oscuro…
“Perché oggi sei pallida?”
Perché d’agra tristezza
l’ho abbeverato fino ad ubriacarlo.

Come dimenticare? Uscì vacillando,
sulla bocca una smorfia di dolore…
Corsi senza sfiorare la ringhiera,
corsi dietro di lui fino al portone.

Soffocando, gridai: “È stato tutto
uno scherzo. Muoio se te ne vai”.
Lui sorrise calmo, crudele
e mi disse: “Non startene al vento”.

Questa è la poesia con cui ho incontrato, per la prima volta, Anna Achmatova.

La scena appare nitida davanti allo sguardo: sono loro due, i soliti, sono due amanti nell’affezione della consuetudine, si conoscono da sempre. Per questo lei stringe le mani “sotto il velo oscuro”, una sottrazione volontaria, sofferta. Quello che non può nascondere, invece, è il pallore. Presagio doloroso che lui riconosce nuovo, di “oggi” e si preoccupa, la interroga.

La risposta di lei è un a margine al lettore: “l’ho abbeverato fino ad ubriacarlo”, un verso bellissimo che ha la lucidità dell’avvelenamento. Mentre la rivelazione resta parola indicibile, l’omissione del discorso diretto, usato altrove, e i punti sospensivi indicano la mancata comunicazione e ampliano l’intensità della reticenza. Si avverte la stessa potenza di “E la sventurata rispose” di Manzoni.

Lui è ebbro di tristezza. Preso alla sprovvista, vacilla nel disorientamento; forse si sostiene alla ringhiera, trafitto. Ha visto sotto il velo, come Catullo a Lesbia, anche lui può dire: “Nunc te cognovi”. La conoscenza passa per il dolore. Il sentimento implode, misuratamente, nei versi.

Subito dopo, lei ci ha ripensato. Non che abbia effettivamente cambiato idea. Più che altro non riesce a resistere al contraccolpo che ha sprigionato. Grida e soffoca, si scarmiglia, lo vuole trattenere con un gesto da eroina, una battuta da commedia romantica: l’iperbole che ogni amore comporta: “Muoio, se te ne vai”. Tutto è stato uno “scherzo”. Forse un mattino andando… la verità sbirciata è così desolante da meritarsi una maschera.

Lui è più lucido, accetta l’abbandono, come Enea aveva accettato il suo destino. Nessuno dei due torna indietro; così entrambi appaiono “crudeli”, mentre risuona “Mene fugit?” e la rabbia di Didone già declina in preghiera.

Si alza il vento, si gonfiano le vele delle navi, Enea parte ignaro. Nei versi dell’Achmatova, invece, lui ha un ultimo confortevole gesto di premura: entra, non prendere freddo…

#04.Il giardino segreto di Glück

Settembre è il mese degli inizi, ma segna anche la fine dell’estate. Settembre ha la dolcezza nostalgica del cielo che trascolora, e assomiglia al miele denso, alla resina che profuma e incastra. Per questo mese, sulla mia rubrica del Blog della Casa della Poesia del Trotter, ho scelto “I gigli bianchi” della poetessa premio Nobel 2020.

Un uomo e una donna che fanno tra loro un giardino.

Un uomo e una donna “indugiano” in una sera alla fine dell’estate. Prendono tempo, dilatano il più possibile la distanza che li separa dalla fine. Hanno paura di arrivare al momento del congedo, all’addio. E il loro terrore di separarsi è sudore freddo, è rugiada, è guazza della sera. D’altronde, loro sanno che tutto “è passibile / di devastazione”, che “Tutto, tutto / può essere perduto”.
La temperatura di questo testo è mite e nostalgica, come il passo di settembre che conclude lo splendore fulvo dell’estate e agita il mare nell’ansietà dei ritorni.
“Zitto amore. Non mi importa […] in questa unica estate siamo entrati nell’eternità. / Ho sentito le tue due mani seppellirmi” forse in quello stesso giardino che è “un lenzuolo di stelle”. Il sudario degli amanti.
La poetessa intima al compagno un silenzio appassionato. Dice: non importa se tutto deve essere, alla fine, restituito, perché anche nel compiersi dell’abbandono, nello svuotamento, la morte sprigiona splendore. Qualcosa resta salvo nell’eternità. Non c’è disperazione in questi versi, ma coscienza del limite posto alla durata delle esperienze umane. “Alla fine del mio soffrire / c’era una porta” scrive la Gluck in apertura alla prima poesia della raccolta.
C’è, nel gesto finale delle mani, uno scambio tra vita e morte, il perpetuarsi ciclico delle stagioni, la metamorfosi: infatti, le mani che seppelliscono ricalcano il lavoro del giardiniere che interra i bulbi, affinché fioriscano. Il seme che si spacca sotto terra conosce la liberazione dalla materia, il letargo assopito nel terriccio umido, la potenza del virgulto che sboccia.
Il giardino è il vero spazio poetico della Gluck, il grimaldello d’accesso alla sua riflessione letteraria: la percezione del conflitto tra tempo ed eternità. Il giardino che fanno insieme un uomo e una donna allude all’atto della creazione e la stessa figura del poeta-giardiniere a tratti si confonde con l’idea di un creatore, di un demiurgo che non sconfina nella religione; è il locus amoenus del matrimonio non ancora giunto sul crinale, è l’eden perduto, quasi la naturale conclusione di quell’erotico toccarsi che è già thanatos.
Ma sopratutto, come accade per Mary in Il giardino segreto di F. H. Burnett, è il valore di prendersi cura, di addentrarsi nella lucida analisi di sé a partire dalla natura.

Alice Serrao

#03_Canto di una Metamorfosi

Mi spiegarono la differenza
tra uomo e donna – le caratteristiche
elementari del maschio
e della femmina. Non mi rivelarono però
a quel tempo cosa
si trovasse nel mezzo, all’incrocio
imprevisto tra i due sessi.
Crebbi con una dicotomia nelle ossa
nel perenne adattamento all’una
o all’altra identità.

Solo dieci anni dopo compresi
che esattamente nel mezzo
-indefinita, sfumata, disforica –
c’ero proprio io.

“La vera natura delle cose ama confondersi” – dice Eraclito, citato da Vivinetto in apertura a una delle sezioni della raccolta del suo libro “Dolore minimo” (Interlinea 2018).

Al centro di “Dolore minimo” c’è lo scandalo del corpo, raccontato nella trasformazione, fisica e psicologica, che conduce Giovanni a divenire Giovanna. Un percorso caratterizzato dal “dolore”, che riesce a divenire “minimo”, marginale, solo nel momento in cui viene interiorizzato e assorbito, quando il tentativo di risanare la “dicotomia” giunge a un felice compromesso e il poeta passa da quel “perenne adattamento all’una/ o all’altra identità” alla lapidaria affermazione di sé: “compresi/che esattamente nel mezzo […] /c’ero proprio io.”

In questo canzoniere lirico della metamorfosi, il tema della riconquista della propria identità fonda la raccolta, sviluppandosi attorno a due cardini: il corpo e il nome.
Il corpo è il dato biologico di partenza, che viene indagato davanti allo “specchio” dall’io poetico che si confronta con le “caratteristiche / elementari del maschio / e della femmina”; il conflitto si attua tra il dato estrinseco di natura e la natura intrinseca del proprio sentire, tra necessità e scelta. Il corpo è infatti “disforico”: porta dentro un malessere. Quello di chi ha sempre orinato in piedi” pur desiderando di “sedersi senza deformare”.
Ciò che compie il cambiamento, ciò che può rendere “vivi e reali” è però solo il nome; nella sua potenza adamitica, esso sancisce in “tribunale” il passaggio, la nuova nascita, che non è dono, ma scelta. Il nuovo “battesimo” non avviene tramite un atto affermativo, bensì grazie allo “sbarazzarsi delle ‘emme’ sui documenti”: un gesto che toglie. La nuova identità emerge, infatti, non da un atto creativo, bensì da un atto privativo: come accade per i marmi di Michelangelo, la riconquista della forma viene dal gesto “a levare” che sbozza quel corpo “indefinito” ed elimina quanto eccede.

Particolarmente interessante è infatti l’idea reiterata che la nascita non sia atto positivo, ma menomazione. La poesia si rifà ai riti orfici, per i quali rinascere significa essere fatto a pezzi e riassembrato, come accade a Orfeo e a Osiride.

Ma la conferma definitiva, la legittimazione della nostra libertà di essere, viene necessariamente dalla relazione con l’altro, che ci tocca e “per un attimo mi restituisce/ tutto ciò che mi manca – e al suo miracolo /questa sera mi faccio donna. /Completamente.” Dopo il doloroso confronto con lo specchio, è l’incontro con l’altro a essere definitorio e definitivo, rito di iniziazione che immette un nuovo corpo a una nuova esperienza della realtà.

Gli altri, in questo testo, però, non hanno ancora questa funzione liberatoria, ma sono la terza persona plurale che ha il compito di “spiegare” e “rivelare” “le caratteristiche elementari” di una natura necessariamente dicotomica. E mentre loro spiegano la realtà classificata e definita in coppie oppositive, l’io del poeta comprende di trovarsi esattamente nel “mezzo”. Parola ripetuta due volte per ribadire la condizione del poeta; a ciò si aggiungono “incrocio” e “indefinita” “sfumata” ad indicare la mancanza di nitidezza nella percezione di un sé difficile da collocare tra gli aut-aut. Come già sosteneva Spitzer, infatti, sono proprio le ricorrenze, le spie lessicali, ad aprire un varco nel mondo creativo del poeta e a offrirci una chiave interpretativa.

Vivinetto ci racconta il suo processo di metamorfosi insistendo sull’elemento di dissonanza,
insistendo cioè sui prefissi privativi come “dis”, “in” o “a” (si veda qui “sfumata”, “disforica” “indefinita”) che sottolineano, insieme alle scelte lessicali in generale, quell’idea di mancanza di cui parlavamo prima. Se la metamorfosi è, letteralmente, il processo di cambiamento della forma (morfos), colto nel suo accadere e dispiegarsi (metà), allora, la poesia e il canzoniere di Vivinetto sono, come in Petrarca, il tentativo di dare ordine e, appunto, forma a una trasformazione evolutiva che conduce ad affermare, infine, “c’ero proprio io”.

Alice Serrao