#06.Maria Luisa Spaziani: biglietto di Natale

Lettera 1951

Natale non è altro che questo immenso
silenzio che dilaga per le strade,
dove platani ciechi
ridono con la neve,

altro non è che fondere a distanza
le nostre solitudini,
sopra i molli sargassi
stendere nella notte un ponte d’oro.

Sono qui, col tuo dono che m’illumina
di dieci stelle-lune,
trasognata guidandomi per mano
dove vibra un riverbero
di fuochi e di lanterne (verde e viola),
di girandole e insegne di caffè.

Van Gogh, Parigi azzurra…
Un pino a destra
per appendervi quattro nostalgie
e la mia fede in te, bianca cometa
in cima.

(Maria Luisa Spaziani, Le acque del sabato, Mondadori, Milano  1954)

Ho scelto questa poesia alla luce di due distinte ricorrenze: il ricordo di Maria Luisa Spaziani, la mia poetessa preferita, nata il 7 dicembre 1922 e l’Avvento del Natale.

Nella non piccola produzione letteraria che mette a tema il Natale, si incontra spesso il tema della solitudine, come in questi versi: “Natale… è …questo/ silenzio che dilaga per le strade”, in cui si rispecchia la condizione del poeta, vigile osservatore del proprio tempo. Mentre nel “gomitolo di strade” ci si affretta, ci si affolla nella vitale ricerca dei regali, dei pacchetti, nella gioia invadente e un po’ chiassosa delle luci, delle vetrine illuminate, la solitudine di chi non può condividere il giorno della festa si fa più stridente, più cupa, stigmatizza. In questi versi, tuttavia, non è presente angoscia, quanto invece la ricerca di un dialogo aperto nella notte, un “ponte d’oro”, prezioso dunque, che sappia “fondere a distanza/ le nostre solitudini”.

Il poeta è dentro la storia, dichiara “Sono qui, col tuo dono” – a metà del testo, questo verso è splendido! Nella distanza, c’è un dono che ricorda una presenza amica, e “mi guida per mano”, attraverso un percorso di “fuochi” fatui, come una “lanterna”, anzi, come la “bianca cometa/ in cima”, che orientò lo sguardo dei pastori. Come accade spesso nella Spaziani, la poesia si rivela piena di elementi che orientano (stelle, lune, lanterne, fuochi, insegne, cometa), ma qui non può sfuggire anche l’insistita presenza di aggettivi cromatici: il “ponte d’oro”, il “verde e viola” delle lanterne, “Parigi azzurra”, “bianca cometa”… mentre i platani, nominati in apertura, sono ciechi.

Valica la solitudine, sconforto dilagante anche del nostro tempo, un ponte di natura letteraria, che la Spaziani intreccia con la poesia Natale di Ungaretti. Infatti, oltre al ritmo musicale e al richiamo, in apertura, alle strade, c’è la chiusa: perché le “quattro nostalgie” non possono non rimandare alle “quattro/ capriole/ di fumo/ del focolare”.

Il dono che, in definitiva, illumina è atto di fede: inteso come fiducia nel seguire i segni che orientano la vita, affidamento alla concretezza della mano dell’altro che ci guida. Fede, però, intesa anche come fedeltà piena alla poesia (essa stessa dono), che trova nella luna e nelle stelle il proprio correlativo oggettivo, bussola, per la Spaziani, di un intero destino.

Alice Serrao

#05.Anna Achmatova: prove d’abbandono

di Alice SERRAO

Strinsi le mani sotto il velo oscuro…
“Perché oggi sei pallida?”
Perché d’agra tristezza
l’ho abbeverato fino ad ubriacarlo.

Come dimenticare? Uscì vacillando,
sulla bocca una smorfia di dolore…
Corsi senza sfiorare la ringhiera,
corsi dietro di lui fino al portone.

Soffocando, gridai: “È stato tutto
uno scherzo. Muoio se te ne vai”.
Lui sorrise calmo, crudele
e mi disse: “Non startene al vento”.

Questa è la poesia con cui ho incontrato, per la prima volta, Anna Achmatova.

La scena appare nitida davanti allo sguardo: sono loro due, i soliti, sono due amanti nell’affezione della consuetudine, si conoscono da sempre. Per questo lei stringe le mani “sotto il velo oscuro”, una sottrazione volontaria, sofferta. Quello che non può nascondere, invece, è il pallore. Presagio doloroso che lui riconosce nuovo, di “oggi” e si preoccupa, la interroga.

La risposta di lei è un a margine al lettore: “l’ho abbeverato fino ad ubriacarlo”, un verso bellissimo che ha la lucidità dell’avvelenamento. Mentre la rivelazione resta parola indicibile, l’omissione del discorso diretto, usato altrove, e i punti sospensivi indicano la mancata comunicazione e ampliano l’intensità della reticenza. Si avverte la stessa potenza di “E la sventurata rispose” di Manzoni.

Lui è ebbro di tristezza. Preso alla sprovvista, vacilla nel disorientamento; forse si sostiene alla ringhiera, trafitto. Ha visto sotto il velo, come Catullo a Lesbia, anche lui può dire: “Nunc te cognovi”. La conoscenza passa per il dolore. Il sentimento implode, misuratamente, nei versi.

Subito dopo, lei ci ha ripensato. Non che abbia effettivamente cambiato idea. Più che altro non riesce a resistere al contraccolpo che ha sprigionato. Grida e soffoca, si scarmiglia, lo vuole trattenere con un gesto da eroina, una battuta da commedia romantica: l’iperbole che ogni amore comporta: “Muoio, se te ne vai”. Tutto è stato uno “scherzo”. Forse un mattino andando… la verità sbirciata è così desolante da meritarsi una maschera.

Lui è più lucido, accetta l’abbandono, come Enea aveva accettato il suo destino. Nessuno dei due torna indietro; così entrambi appaiono “crudeli”, mentre risuona “Mene fugit?” e la rabbia di Didone già declina in preghiera.

Si alza il vento, si gonfiano le vele delle navi, Enea parte ignaro. Nei versi dell’Achmatova, invece, lui ha un ultimo confortevole gesto di premura: entra, non prendere freddo…

#04.Il giardino segreto di Glück

Settembre è il mese degli inizi, ma segna anche la fine dell’estate. Settembre ha la dolcezza nostalgica del cielo che trascolora, e assomiglia al miele denso, alla resina che profuma e incastra. Per questo mese, sulla mia rubrica del Blog della Casa della Poesia del Trotter, ho scelto “I gigli bianchi” della poetessa premio Nobel 2020.

Un uomo e una donna che fanno tra loro un giardino.

Un uomo e una donna “indugiano” in una sera alla fine dell’estate. Prendono tempo, dilatano il più possibile la distanza che li separa dalla fine. Hanno paura di arrivare al momento del congedo, all’addio. E il loro terrore di separarsi è sudore freddo, è rugiada, è guazza della sera. D’altronde, loro sanno che tutto “è passibile / di devastazione”, che “Tutto, tutto / può essere perduto”.
La temperatura di questo testo è mite e nostalgica, come il passo di settembre che conclude lo splendore fulvo dell’estate e agita il mare nell’ansietà dei ritorni.
“Zitto amore. Non mi importa […] in questa unica estate siamo entrati nell’eternità. / Ho sentito le tue due mani seppellirmi” forse in quello stesso giardino che è “un lenzuolo di stelle”. Il sudario degli amanti.
La poetessa intima al compagno un silenzio appassionato. Dice: non importa se tutto deve essere, alla fine, restituito, perché anche nel compiersi dell’abbandono, nello svuotamento, la morte sprigiona splendore. Qualcosa resta salvo nell’eternità. Non c’è disperazione in questi versi, ma coscienza del limite posto alla durata delle esperienze umane. “Alla fine del mio soffrire / c’era una porta” scrive la Gluck in apertura alla prima poesia della raccolta.
C’è, nel gesto finale delle mani, uno scambio tra vita e morte, il perpetuarsi ciclico delle stagioni, la metamorfosi: infatti, le mani che seppelliscono ricalcano il lavoro del giardiniere che interra i bulbi, affinché fioriscano. Il seme che si spacca sotto terra conosce la liberazione dalla materia, il letargo assopito nel terriccio umido, la potenza del virgulto che sboccia.
Il giardino è il vero spazio poetico della Gluck, il grimaldello d’accesso alla sua riflessione letteraria: la percezione del conflitto tra tempo ed eternità. Il giardino che fanno insieme un uomo e una donna allude all’atto della creazione e la stessa figura del poeta-giardiniere a tratti si confonde con l’idea di un creatore, di un demiurgo che non sconfina nella religione; è il locus amoenus del matrimonio non ancora giunto sul crinale, è l’eden perduto, quasi la naturale conclusione di quell’erotico toccarsi che è già thanatos.
Ma sopratutto, come accade per Mary in Il giardino segreto di F. H. Burnett, è il valore di prendersi cura, di addentrarsi nella lucida analisi di sé a partire dalla natura.

Alice Serrao